Il Presepe di casa mia

Quest’anno il presepe in casa è stato allestito, organizzato, curato e preparato da mia moglie Antonella, la quale pur non avendo avuto tempo e disponibilità per allestire un bel presepe ha comunque mantenuto fede alla nostra tradizione.

Il nostro presepe anche quest’anno è stato preparato ed allestito seguendo i testi delle Sacre Sritture, 

natale, presepe, betlemme, gesùbambino, Maria, Giuseppe, Re magi, cometa, stella, personaggi, Dio, pastori,

come l’atto dell’annunciazione, in cui Maria Viene piena di Spirito Santo e conteporaneamente diviene la nuova Eva, che darà la Luce all’intera Umanità.

natale, presepe, betlemme, gesùbambino, Maria, Giuseppe, Re magi, cometa, stella, personaggi, Dio, pastori,

“Un germoglio spunterà dal tronco di Jesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di  conoscenza e di timore del Signore.  (Isaia 11, 1-9).

 natale, presepe, betlemme, gesùbambino, Maria, Giuseppe, Re magi, cometa, stella, personaggi, Dio, pastori,

ed infine il riconoscimento parrocchiale proprio per “i riferimenti alla storia della salvezza” di cui il nostro presepe anche se piccolo è riuscito a trsmettere.

natale,presepe,betlemme,gesùbambino,maria,giuseppe,re magi,cometa,stella,personaggi,dio,pastori

(Vedi album delle foto sulla colonna di destra)

Presepe in Cattedrale 2012

natale, presepe, betlemme, gesùbambino, Maria, Giuseppe, Re magi, cometa, stella, personaggi, Dio, pastori,

Presepe nella Cattedrale di Venosa 

(davanti all’altare)

natale, presepe, betlemme, gesùbambino, Maria, Giuseppe, Re magi, cometa, stella, personaggi, Dio, pastori,

Vedi le immagini del grande presepe allestito sempre in Cattedrale per opera di Peppino Cantatore nell’album nella colonna di destra.

22 – Breve storia del “Praesepium”

Ad integrazione di quanto detto nel post 05 – “La storia del presepe”.

(Parte prima)

Il termine (come del resto presepe) deriva dalle due forme latine “praesepe” e “praesepium”, che significano “greppia, mangiatoia”. A Firenze e’ invece invalso il termine “capannuccia” col significato di “raffigurazione di Gesù bambino nella stalla”. 

Il primo non e’, come si crede comunemente, quello vivente realizzato a Greccio, la notte del 25 Dicembre 1223 da S. Francesco, bensì un dipinto presente su di un’ architrave nelle catacombe di Priscilla che raffigura il Bambino, la Madonna, un personaggio maschile, che potrebbe essere sia S. Giuseppe che il profeta Isaia ed una stella a otto punte.

Quindi già 100 anni dopo la morte di Cristo abbiamo un presepe, seguito a ruota da molte Epifanie (dal greco “manifestazione”) dei secoli III e IV sempre dipinte nelle catacombe.

Del IV secolo e’ inoltre una curiosa raffigurazione situata nelle catacombe di S. Sebastiano in cui al Bimbo sono stati affiancati i soli asino e bue. catacombe.jpg

Da questo secolo fino al VII troviamo invece raffigurate sui rilievi dei sarcofagi tutte le componenti di quella che ora e’ l’iconografia classica: Gesù, Maria, Giuseppe, il bue, l’asino e la stella. Il presepe viene inoltre raffigurato su vetri, avori, miniature di codici e mosaici, ma siamo ancora davanti ad immagini statiche, fisse nel momento in cui l’artista le ha create.

Siamo così arrivati al settimo secolo durante il quale Papa Teodoro, avvertendo l’esigenza cristiana di un qualcosa di più concreto, volle costruire un oratorio interamente dedicato al presepio nella chiesa di S. Maria Maggiore all’Esquilino.

Questo stesso oratorio venne poi abbellito da Arnolfo di Cambio nel 1289 e finalmente il Fontana lo portò nella chiesa.

Eccoci ora a S. Francesco ed alla notte di Natale dell’anno 1223, ma quanto accadde conviene che ce lo descriva Tommaso da Celano, contemporaneo del Santo: “Circa quindici giorni prima del Natale di nostro Signore, il beato Francesco chiese ad un suo amico Giovanni Velita, colui che ha donato il terreno ai frati di venire al lui e gli disse: “Voglio celebrare il ricordo di questo Bambino nato a Betlemme, e vedere con gli occhi della carne le privazione a cui e’ assoggettato, come fu adagiato nella mangiatoia, come riposò sul fieno tra il bue e l’asinello”. (…)

Il Santo, che era diacono, riveste gli ornamenti della sua sacra funzione e con voce sonora canta il Vangelo. (…) Uno dei presenti (lo stesso Velita), di mirabile virtù, e’ degnato di una visione: vede nella mangiatoia un bambino che sembra privo di vita, e il Santo di Dio avanzare verso di lui e risvegliare il bimbo come dal tepore del sogno (…)” (I Cel. 84-88).

Sul luogo dove ciò avvenne sorse e vi e’ tutt’ora un santuario, il cui altare e’ stato edificato sulla mangiatoia stessa. Questa era però solo una sacra rappresentazione perchè non vi erano gli elementi principali (la Sacra Famiglia).

Si ha notizia del primo presepio vero e proprio nel 1330 quando ne venne costruito uno a Napoli per le Clarisse di S. Chiara e sempre a Napoli ne sorsero altri tra il 1300 ed il 1500 fatti con grandi figure di legno sistemate stabilmente all’interno delle cappelle.

(da:www.praesepium.com)

(segue 2 parte)

 

21 – Presepe in Cattedrale 2011

natale, presepe, betlemme, gesùbambino, Maria, Giuseppe, Re magi, cometa, stella, personaggi, Dio, pastori

Peppino Cantatore.

E’ lui l’autore del presepe allestito nella Cattedrale di Venosa.

(Vedi le altre immagini del grande presepe nell’album sulla colonna di destra)

19 – L’EPIFANIA

befana_scopa_6.gifCon la fine dell’anno solare, il ciclo dei festeggiamenti si conclude il 6 gennaio, il giorno dell’Epifania, che nella saggezza popolare “tutte le feste porta via”.

Il termine “Epifania”, di origine greca, che significa “manifestazione” sott’inteso della divinità, è stato utilizzato dalla tradizione cristiana per designare la prima manifestazione della divinità di Gesù Cristo, avvenuta in presenza dei re Magi.

Nella tradizione popolare però il termine Epifania, storpiato in Befana, ha assunto un significato diverso, andando a designare la figura di una vecchina particolare.

Come abbiamo avuto modo di vedere per le altre tradizioni italiane che si svolgono in tutto l’arco dell’anno, molte nostre festività hanno un’origine rurale, affondando le loro radici nel nostro passato agricolo. Così è anche per la Befana.

Anticamente, infatti, la dodicesima notte dopo il Natale, ossia dopo il solstizio invernale, si celebrava la morte e la rinascita della natura, attraverso la figura pagana di Madre Natura. La notte del 6 gennaio, infatti, Madre Natura, stanca per aver donato tutte le sue energie durante l’anno, appariva sotto forma di una vecchia e benevola strega, che volava per i cieli con una scopa.befana_1.jpg Oramai secca, Madre Natura era pronta ad essere bruciata come un ramo, per far sì che potesse rinascere dalle ceneri come giovinetta Natura, una luna nuova.

Prima di perire però, la vecchina passava a distribuire doni e dolci a tutti, in modo da piantare i semi che sarebbero nati durante l’anno successivo.
In molte regioni italiane infatti, in questo periodo, si eseguono diversi riti purificatori simili a quelli del Carnevale, in cui si scaccia il maligno dai campi grazie a pentoloni che fanno gran chiasso o si accendono imponenti fuochi, o addirittura in alcune regioni si costruiscono dei fantocci di paglia a forma di vecchia, che vengono bruciati durante la notte tra il 5 ed il 6 gennaio.

Il mondo cristiano il 6 gennaio, ultimo dei “dodici giorni di Natale” ricorda l’arrivo dei Magi davanti al Divin Bambino nel giorno dell’Epifania.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

befana7.jpg

18 – I MAGI NEI VANGELI APOCRIFI

Diversamente dai vangeli canonici, sono molti i riferimenti ai Magi nei vangeli apocrifi, in alcuni dei quali possiamo trovare l’origine delle immagini che nel corso dei secoli hanno avuto una grande popolarità, fino a diventare parte integrante della cultura cristiana canonica.


Protovangelo di Giacomo

In questo testo si narra che, mentre Giuseppe si prepara a partire per la Giudea, a Betlemme c’è una grande agitazione per l’arrivo dei Magi che chiedono dove sia il re dei giudei che era nato, poiché avevano visto la sua stella in oriente ed erano venuti per adorarlo. Erode, che aveva saputo dell’arrivo dei magi, manda dei messi da loro per farli venire al suo cospetto ed interrogarli. Chiede dunque ai Magi dove fosse scritto che sarebbe dovuto nascere il Cristo. I Magi rispondono che era scritto che sarebbe nato a Betlemme in Giudea: « Ed egli allora li congedò. Ed interrogò i Magi, dicendo loro: – Che sogno avete visto circa il re che è nato?

magi_tissot868x600.jpgDissero i Magi: – Abbiamo visto una stella grandissima, che brillava tra queste altre stelle e le oscurava, così che le stelle non si vedevano, e noi per questo abbiamo capito che un re era nato per Israele e siamo venuti ad adorarlo.

I Magi se ne andarono. Ed ecco la stella che avevano visto in oriente li precedeva finché giunsero alla grotta, e si fermò in capo alla grotta. Ed i magi videro il bambino con sua madre Maria e trassero fuori della loro bisaccia dei doni: oro incenso e mirra. »(Protovangelo di Giacomo, Cap XXI, par. 2 e 3,)

I Magi quindi prendono la strada del ritorno, essendo stati avvertiti dall’angelo di non entrare in Giudea.

Vangelo dello pseudo Matteo

I Magi arrivano dopo il secondo anno dalla nascita del Cristo: « Trascorso poi il secondo anno, dall’oriente vennero dei magi a Gerusalemme, portando doni. Essi interrogarono sollecitamente i Giudei, domandando: – dov’è il re che vi è nato? Infatti abbiamo visto in oriente la sua stella e siamo venuti ad adorarlo. »(Vangelo dello pseudo Matteo, Cap XVI, par. 1,)

Erode dopo essere venuto a sapere dell’arrivo dei Magi si spaventa e manda degli scribi dai farisei e dai rabbini del popolo per sapere da loro dove nelle sacre scritture i profeti avevano predetto la nascita del Cristo. Alla risposta che sarebbe dovuto nascere in Betlemme, il re chiama i Magi e domanda loro quando fosse apparsa la stella:

« Poi li mandò a Betlemme, dicendo: – Andate, e fate diligenti ricerche del bambino; e quando lo avrete trovato fatemelo sapere, perché venga anch’io ad adorarlo. Ora, mentre i Magi procedevano per la strada, apparve loro la stella e, quasi a far a loro da guida, li precedeva, finché giunsero dove era il bambino. Nel vedere la stella, i magi si rallegrarono di grande gioia , ed entrati nella casa trovarono il bambino che sedeva in grembo alla madre. »(Vangelo dello pseudo Matteo , Cap XVI, par. 1 e 2,)

« Al bambino poi offrirono ciascuno una moneta d’oro. Dopo di ciò uno offrì dell’oro, un altro dell’incenso e l’altro della mirra. »(Vangelo dello pseudo Matteo, Cap XVI, par. 2)

I Magi infine vengono ammoniti dall’angelo, in sogno, a non tornare da Erode e dopo l’adorazione del bambino tornano “al loro paese” per un’altra via.

Vangelo dell’infanzia arabo siriano

re_magi_dett.jpgIn questo vangelo apocrifo è scritto che in seguito alla nascita di Gesù a Betlemme vennero dei magi dall’oriente: « …come aveva predetto Zaratustra… »(Vangelo dell’infanzia arabo siriano, Cap VII,)

Maria dona loro alcune delle fasce del bambino Gesù, che i magi accettano con grande riconoscenza. In quello stesso istante appare loro un angelo: « …sotto forma di quella stella che prima era stata la loro guida nel viaggio: ed essi se ne andarono, seguendo l’indicazione della sua luce, finché giunsero alla loro patria. »(Vangelo dell’infanzia arabo siriano, Cap VII,)

Nel capitolo successivo si racconta poi che: « Si raccolsero allora intorno ad essi i loro re e principi, domandando che cosa mai avevano visto e avevano fatto, in che modo erano andati e ritornati, e che cosa avevano riportato con sé. »(Vangelo dell’infanzia arabo siriano, Cap VIII)

I Magi mostrano così la fascia a tutti e celebrano una festa: accendono un fuoco, “…seguendo la loro usanza…”, lo adorano e vi gettano sopra la fascia. Il fuoco avvolge subito la fascia accartocciandola, ma una volta spentosi questa rimane integra: « …come se il fuoco non l’avesse nemmeno toccata. Perciò essi si misero a baciarla, a mettersela sugli occhi e sul capo, dicendo: – Questo è senza dubbio la verità: che si tratta di un grande prodigio, perché il fuoco non ha potuto bruciarla né consumarla! – Quindi la presero e con grandissima venerazione la riposero tra i loro tesori. »(Vangelo dell’infanzia arabo siriano, Cap VIII)

Vangelo dell’infanzia Armeno

re-magi-epifania.jpgIn questo testo c’è la descrizione più dettagliata dei Magi tra tutti i testi della tradizione Cristiana. « Quando l’angelo aveva portato la buona novella a Maria era il 15 di Nisān, cioè il 6 aprile, un mercoledì, alla terza ora. Subito un angelo del signore si recò nel paese dei persiani, per avvertire i re Magi che andassero ad adorare il neonato. E costoro, guidati da una stella per nove mesi, giunsero a destinazione nel momento in cui la vergine diveniva madre. In quel momento il regno dei persiani dominava per la sua potenza e le sue conquiste su tutti i re che esistevano nei paesi d’oriente, e quelli che erano i re magi erano tre fratelli: il primo Melkon, regnava sui persiani, il secondo, Balthasar, regnava sugli indiani, e il terzo, Gaspar, possedeva il paese degli arabi. Essendosi uniti insieme per ordine di Dio, arrivarono nel momento in cui la vergine diveniva madre. »(Vangelo dell’infanzia Armeno, Cap V par. 9)

Il racconto dei Magi continua, successivamente la nascita di Gesù, con Giuseppe e Maria che rimangono nella grotta per non farsi vedere “…perché nessuno ne sapesse niente”.« Ma tre giorni dopo, il 23 di Tēbēth, cioè il 9 gennaio, ecco che i Magi d’Oriente (…) arrivarono alla città di Gerusalemme, dopo nove mesi. Questi re dei magi erano tre fratelli (…). I comandanti del loro corteggio erano, investiti della suprema autorità, erano dodici. (…) I drappelli di cavalleria che li accompagnavano comprendevano dodicimila uomini: quattromila per ciascun regno. »(Vangelo dell’infanzia Armeno, Cap XI par. 1)

Successivamente i Magi, con il loro seguito, si accampano presso Gerusalemme per tre giorni. Benché fossero fratelli, “…figli di uno stesso re, marciavano al loro seguito eserciti di lingua molto differente.” « Melkon aveva con sé mirra, aloe, mussolina, porpora, pezze di lino e i libri scritti e sigillati dalle mani di Dio.

Il secondo, il re degli indi, Balthasar, aveva come doni in onore del bambino del nardo prezioso, della mirra, della cannella, del cinnamomo e dell’incenso e altri profumi. Il terzo re, il re degli arabi, Gaspar, aveva oro, argento, pietre opreziose, zaffiri di gran valore e perle fini.

Quando tutti furono giunti nella città di Gerusalemme l’astro che li precedeva celò momentaneamente la sua luce. Essi perciò si fermarono e posero le tende. Le numerose truppe di cavalieri si dissero l’un l’altro: – E adesso che facciamo? In quale direzione dobbiamo camminare? Noi lo ignoriamo, perché una stella ci ha preceduti fino ad oggi, ma ecco che è scomparsa e ci ha lasciati nelle difficoltà. »(Vangelo dell’infanzia Armeno, Cap XI par. 3)

Anche nel testo Armeno, come nel protovangelo di Giacomo e nello pseudo Matteo, i Magi non sanno dove cercare Gesù. Così vanno da Erode che desidera interrogarli. I tre Magi sono però consapevoli che la testimonianza che loro possiedono non proviene da nessun uomo, né altro essere vivente, essendo un ordine divino. Erode allora chiede loro del libro che contiene la profezia, ricevendo per risposta: « -Nessun altro popolo lo conosce, né per sentito dire, né per conoscenza diretta. Solo il nostro popolo ne possiede la testimonianza scritta. Quando Adamo dovette lasciare il paradiso e Caino ebbe ucciso Abele, il Signore Dio diede ad Adamo, come figlio della consolazione, Seth, e con lui questo documento scritto, chiuso e sigillato dalle mani di Dio.  »(Vangelo dell’infanzia Armeno, Cap XI par. 2 e 3)

Zaverl-Nativita1.jpgI Magi quindi elencano la genealogia che da Adamo a Seth, passando per Noè, Sem, il sommo sacerdote Melchisedec fino a Ciro, re di Persia, dove è stato custodito in una sala, facendo sì che la scrittura pervenisse fino a loro. Così hanno potuto conoscere in anticipo della profezia della nascita del figlio d’Israele. Erode furioso di rabbia, chiede quindi di vedere il documento ma in quel momento il palazzo viene scosso e l’edificio crolla. Erode quindi si convince a lasciare liberi i Magi che finalmente trovano il bambino Gesù al quale gli offrono i doni. Infine re Melkon, preso il libro del testamento, lo consegna in dono a Gesù dicendo: « Ecco lo scritto, in forma di lettera, che tu hai lasciato in custodia, dopo averlo chiuso e sigillato. Prendi, e leggi il documento autentico che tu stesso hai scritto. »(Vangelo dell’infanzia Armeno, Cap XI par. 22,)

Nel testo che Adamo aveva dato a suo figlio Seth, conservato in segreto, è scritto che: « (…)come dapprima Adamo aveva voluto diventare un dio, Dio stabilì di diventare uomo, per l’abbondanza del suo amore ed in segno di misericordia verso il genere umano. Egli fece promessa al nostro primo padre che, tramite suo, avrebbe scritto e sigillato di propria mano una pergamena, a caratteri d’oro, con queste parole: – Nell’anno 6000, il sesto giorno della settimana, io manderò il mio figlio unico, il Figlio dell’uomo, che ti ristabilirà di nuovo nella sua dignità primitiva. Allora tu, Adamo, unito a Dio nella tua carne resa immortale, potrai discernere il bene dal male. »(Vangelo dell’infanzia Armeno, Cap XI par. 23)

Vangelo di Nicodemo

Pilato rivolto alla folla degli giudei, ricorda loro come il Dio d’Israele abbia aiutato il loro popolo a fuggire dall’Egitto, affrancandosi dalla schiavitù, e come in cambio di ciò essi abbiamo preferito adorare un vitello di metallo fuso. Solo grazie a Mosè Dio non ha sterminato il suo popolo. Poi alzatosi dal suo seggio dice: « – Noi riconosciamo come imperatore Cesare, e non Gesù; ma invero i Magi gli hanno portato dall’oriente doni come a un re. Ed Erode udito dai Magi che era nato un re, voleva ucciderlo, ma venutone a conoscenza, suo padre Giuseppe prese lui e sua madre e fuggirono in Egitto (…) »(Vangelo di Nicodemo, Cap IX par.3)

Le tombe dei Magi

Duomo_Fidenza_tre_re_magi.jpg

Marco Polo

afferma di aver visitato le tombe dei Magi nella città di Saba, a sud di Teheran, intorno al 1270: “In Persia è la città ch’è chiamata Saba, da la quale si partiro li tre re ch’andaro adorare Dio quando nacque. In quella città son soppeliti gli tre Magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi con barba e co’ capegli: l’uno ebbe nome Beltasar, l’altro Gaspar, lo terzo Melquior. Messer Marco dimandò più volte in quella cittade di quegli III re: niuno gliene seppe dire nulla, se non che erano III re soppelliti anticamente.” (Il Milione, cap. 30).

 

 

afferma di aver visitato le tombe dei Magi nella città di Saba, a sud di Teheran, intorno al 1270: “In Persia è la città ch’è chiamata Saba, da la quale si partiro li tre re ch’andaro adorare Dio quando nacque. In quella città son soppeliti gli tre Magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi con barba e co’ capegli: l’uno ebbe nome Beltasar, l’altro Gaspar, lo terzo Melquior. Messer Marco dimandò più volte in quella cittade di quegli III re: niuno gliene seppe dire nulla, se non che erano III re soppelliti anticamente.” (Il Milione, cap. 30).

 

Quella di Marco Polo non è tuttavia l’unica testimonianza sul luogo di sepoltura dei Magi. Nel transetto della basilica romanica di Sant’Eustorgio a Milano si trova la “cappella dei Magi”, in cui è conservato un colossale sarcofago di pietra (vuoto), risalente al tardo Impero Romano: la tomba dei Magi. Secondo le tradizioni milanesi, la basilica sarebbe stata fatta costruire dal vescovo Eustorgio intorno all’anno 344: la volontà del vescovo era quella di esservi sepolto, dopo la sua morte, vicino ai corpi dei Magi stessi. Per questo motivo, con l’approvazione dell’imperatore Costante avrebbe fatto giungere i loro resti dalla basilica di Santa Sofia a Costantinopoli (dove erano stati portati alcuni decenni prima da sant’Elena, che li aveva ritrovati durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa).

Nel 1162 l’imperatore Federico Barbarossa fece distruggere la chiesa di Sant’Eustorgio (come pure gran parte delle mura e degli edifici pubblici di Milano) e si impossessò delle reliquie dei Magi. Nel 1164 l’arcicancelliere imperiale Rainaldo di Dassel, arcivescovo di Colonia ne sottrasse i corpi e li trasferì, attraverso Lombardia, Piemonte, Borgogna e Renania, fino al duomo della città tedesca, dove ancora oggi sono conservate in un prezioso reliquiario.

Ai milanesi rimase solo la medaglia fatta, sembra, con parte dell’oro donato dai Magi al Signore, che da allora venne esposta il giorno dell’Epifania in Sant’Eustorgio accanto al sarcofago vuoto. Negli anni successivi Milano cercò ripetutamente di riavere le reliquie, invano. Né Ludovico il Moro nel 1494, né Papa Alessandro VI, né Filippo II di Spagna, né Papa Pio IV, né Gregorio XIII, né Federico Borromeo riuscirono a far tornare le spoglie in Italia.
Solo nel ventesimo secolo Milano riuscì ad ottenere una parte di quello che le era stato tolto: il 3 gennaio del 1904, infatti, il cardinal Ferrari, Arcivescovo di Milano, fece solennemente ricollocare alcuni frammenti ossei delle spoglie dei Magi (due fibule, una tibia e una vertebra), offerti dall’Arcivescovo di Colonia Fischer, in Sant’Eustorgio. Furono posti in un’urna di bronzo accanto all’antico sacello vuoto con la scritta “Sepulcrum Trium Magorum” (tomba dei tre Magi).

Ancora oggi molti luoghi in Italia, Francia, Svizzera e Germania si fregiano dell’onore di avere ospitato le reliquie durante il tragitto delle spoglie dei Magi da Milano a Colonia e in molte chiese si trovano ancora frammenti lasciati in dono. La testimonianza di questo passaggio si trova anche nelle insegne di alberghi e osterie tuttora esistenti, come «Ai tre Re», «Le tre corone» e «Alla stella».

L’arca di Colonia

remagi02.jpg

Nella cattedrale della città tedesca di Colonia è dunque conservata l’arca che conterrebbe, secondo la tradizione, le reliquie dei Magi, dopo che Federico Barbarossa ordinò al suo consigliere Reinald von Dassei, che era anche arcivescovo di Colonia, di portarle in Germania dopo la conquista di Milano nel

1164 al fine di rafforzare il prestigio della corona imperiale. Il viaggio delle spoglie dei Magi attraverso Italia, Francia, Svizzera e Germania lasciò traccia perfino nei nomi: “Ai tre Re”, “Le tre Corone” e “Alla stella”, sono appellativi frequenti di locande e osterie. Da allora le reliquie riposano a Colonia in un’arca preziosa d’argento dorato, fatta confezionare dal successore di Reinald, Filippo di Heinsberg, nella chiesa di San Pietro, trasformata successivamente nella cattedrale gotica di Colonia. Tuttavia a Milano il culto dei Magi rimase vivo. Il cronista Galvano Fiamma racconta nel 1336 che si celebrava ancora un corteo dei Magi a cavallo attraverso la città. Rimase vano ogni tentativo di riportare le reliquie in Italia. Né Lodovico il Moro, né Alessandro VI, né Filippo di Spagna, né Pio IV, né Gregorio XIII, né Federico Borromeo, riuscirono nell’intento. Solo nel 1904 una piccola parte di questi resti è stata restituita alla Diocesi di Milano, grazie ai rapporti amichevoli dell’arcivescovo di Milano cardinal Ferrari col cardinale di Colonia, Fischer.

1164 al fine di rafforzare il prestigio della corona imperiale. Il viaggio delle spoglie dei Magi attraverso Italia, Francia, Svizzera e Germania lasciò traccia perfino nei nomi: “Ai tre Re”, “Le tre Corone” e “Alla stella”, sono appellativi frequenti di locande e osterie. Da allora le reliquie riposano a Colonia in un’arca preziosa d’argento dorato, fatta confezionare dal successore di Reinald, Filippo di Heinsberg, nella chiesa di San Pietro, trasformata successivamente nella cattedrale gotica di Colonia. Tuttavia a Milano il culto dei Magi rimase vivo. Il cronista Galvano Fiamma racconta nel 1336 che si celebrava ancora un corteo dei Magi a cavallo attraverso la città. Rimase vano ogni tentativo di riportare le reliquie in Italia. Né Lodovico il Moro, né Alessandro VI, né Filippo di Spagna, né Pio IV, né Gregorio XIII, né Federico Borromeo, riuscirono nell’intento. Solo nel 1904 una piccola parte di questi resti è stata restituita alla Diocesi di Milano, grazie ai rapporti amichevoli dell’arcivescovo di Milano cardinal Ferrari col cardinale di Colonia, Fischer.

 

Una versione ben nota del dettagliato racconto è quella contenuta nella Historia Trium Regum (storia dei tre re) del chierico del XIV secolo Giovanni di Hildesheim. Per spiegare la presenza a Colonia delle reliquie mummificate dei saggi orientali, inizia il racconto dal viaggio a Gerusalemme compiuto da Sant’Elena, madre di Costantino I, durante il quale ella recuperò la Vera Croce di Gesù ed altre reliquie: « La regina Elena … cominciò a pensare grandemente ai corpi di quei tre re, e si schierò e con un largo seguito si recò nella terra dell’Indo … quand’ebbe trovato i corpi di Melchiorre, Baldassarre e Gaspare, la regina Elena li mise in uno scrigno che ornò di grandi ricchezze, e li portò a Costantinopoli … e li pose in una chiesa chiamata Santa Sofia. »

Gli artisti hanno sfruttato spesso la loro arte per rappresentare il  tema delle tre età dell’uomo e anche, nell’epoca delle scoperte, come allegoria dei diversi mondi conosciuti: Baldassarre è raffigurato come un giovane africano (un Moro), Gaspare spesso ha una fisionomia chiaramente orientale e Melchiorre i tratti europei.

Nomi tradizionali dei Re Magi sono: Caspar, Baltasar e Melchior.

Re_magi_1-b%5B1%5D.jpgLe Chiese orientali assegnano vari nomi ai Magi, ma nella tradizione occidentale si sono affermati i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. In altre culture i nomi sono ancora diversi, ad esempio la Chiesa cattolica etiope li chiama Hor, Basanater e Karsudan.

Nessuno dei nomi accreditati è di chiara origine persiana, né si può dire che abbia un significato specifico; tuttavia, Gaspare può essere una variante della parola persiana Jasper – “Signore del Tesoro” – da cui deriva anche il nome del diaspro. In Siria la comunità cristiana chiama i Magi Larvandad, Hormisdas e Gushnasaph. Questi ultimi nomi sono, probabilmente, di origine persiana, il che naturalmente non è sufficiente a garantire la loro autenticità.

Il primo nome, Larvandad, è una combinazione di Lar, una regione nei pressi di Teheran, e vand o vandad, un suffisso comune in medio-persiano che significa “collegato con” o “situato in”. Lo stesso suffisso si ritrova anche nei toponimi iraniani come Damavand, Nahavand e Alvand e in alcuni nomi e titoli quali Varjavand e Vandidad.

In alternativa, potrebbe essere una combinazione di Larvand (ovvero la regione di Lar) e Dad (“dato da”). Quest’ultimo suffisso si ritrova anche nei nomi iraniani “Tirdad”, “Mehrdad”, “Bamdad” e in toponimi come “Bagdad” (“Data da Dio”), un tempo in Iran, ora Baghdad in Iraq. Il nome vorrebbe, quindi, dire ‘nato nella’, o ‘dato dalla’ regione di Lar.

Il secondo nome, Hormisdas, è una variante del nome persiano Hormoz, in Medio Persiano Hormazd e Hormazda. Il nome si riferiva all’angelo del primo giorno di ciascun mese, il cui nome era stato dato dal Dio supremo, il cui nome era “Ahura Mazda” o “Ormazd” in Antico persiano.

Il terzo nome, Gushnasaph, era un nome di persona diffuso nell’antico e nel medio-persiano, corrispondente all’attuale Gushnasp o Gushtasp. È formato dalla radice Gushn, “pieno di qualità virili” o “pieno di desiderio o di energia” per qualcosa, e dalla parola Asp (in persiano moderno: Asb), cavallo. L’animale era di grande importanza per le genti iraniche, e il relativo suffisso si ritrova in molti nomi usati nella regione, tra cui gli attuali Lohrasp, Jamasp, Garshasp e Gushtasp. Il nome potrebbe, quindi, tradursi “persona con l’energia e la virilità di un cavallo” o “desideroso di avere dei cavalli”. In alternativa, poiché Gushn risulta anche usato per indicare “molti”, potrebbe essere più semplicemente “possessore di molti cavalli”.

Giuseppe Tucci e Mario Bussagli, orientalisti, hanno ipotizzato di riconoscere in Gaspare un sovrano indoiranico di stirpe kushana, Gundophar, vissuto nel I secolo d.C., che sembra aver appoggiato la missione in India dell’apostolo San Tommaso.

Copia di 3264.jpg

 

17 – IL SIGNIFICATO DEL TERMINE “MAGI”

 

remagi-giotto.jpg

 

Magi è la traslitterazione del termine greco magos (μαγος, plurale μαγοι). Si tratta di un titolo riferito specificamente ai sacerdoti dello Zoroastrismo tipici dell’Impero persiano.

In alcune versioni meno recenti delle Scritture, ad esempio la Bibbia di re Giacomo, i Magi sono indicati come Uomini Saggi, un termine arcaico per indicare i maghi o magi, con il carattere di filosofi, scienziati e personaggi importanti. Nella Bibbia di re Giacomo, lo stesso termine greco magos che nel Vangelo secondo Matteo viene tradotto con “saggio”, è reso con “stregone” negli Atti degli Apostoli (episodio di “Elimas il mago”, Atti 13). Lo stesso termine greco identifica anche Simon Mago in Atti 8. Oggi il significato più profondo è ormai dimenticato e, quindi, tutte le traduzioni moderne usano il termine di derivazione greca, magi.

 
 http://ilmiopresepedinatale.myblog.it/media/00/02/28978061.avi

In Erodoto la parola magoi era associata a personaggi dell’aristocrazia della Media ed, in particolare, ai sacerdoti astronomi della religione zoroastriana, che erano anche ritenuti capaci di uccidere i demoni e ridurli in schiavitù. Poiché il passo di Matteo implica che fossero dediti all’osservazione delle stelle, la maggioranza dei commentatori ne conclude che il significato inteso fosse quello di “sacerdoti di Zoroastro”, e che l’aggiunta “dall’Oriente” ne indicasse naturalmente l’origine persiana. Addirittura, la traduzione dei Vangeli di Wycliffe parla direttamente di “astrologi”, non di “saggi”. Nel XIV secolo la distinzione tra astronomia e astrologia non era ancora riconosciuta, e le due discipline cadevano entrambe sotto la seconda denominazione.

Anche se il sostantivo maschile magi (μαγοι) è stato usato un paio di volte in riferimento a una donna (nell’Antologia Palatina e in Luciano), l’appartenenza alla classe dei magi era riservata ai maschi adulti. Gli antichi magi erano persiani, e poiché i territori ad oriente della Palestina biblica coincidevano con l’impero persiano, ci sono pochi dubbi sull’origine etnica e sulla religione di appartenenza dei personaggi descritti nel vangelo di Matteo.

Si noti come il termine magi sia una traduzione artificiosa atta ad evitare il termine piuttosto sgradevole di maghi che indicava i ciarlatani e gli imbroglioni.

La regalità dei “magi”

re_magi_2.jpgLa regalità dei “magi” non è attestata nelle fonti canoniche cristiane, né dai Padri della Chiesa, tuttavia i “magi” divengono Re magi nella tradizione liturgica cristiana in quanto la festa della Epifania è collegata al Salmo LXXI (LXXII),10:

Testo greco: (Libro dei Salmi, LXXI (LXXII),10)

« βασιλες θαρσις κα α νσοι δρα προσοίσουσιν βασιλες ράβων κα σαβα δρα προσάξουσιν »

Testo italiano: (Libro dei Salmi, LXXI (LXXII),10)

« Il re di Tarsis e delle isole porteranno offerte, i re degli Arabi e di Saba offriranno tributi. A lui tutti i re si prostreranno, lo serviranno tutte le nazioni. »

I Magi e il Cristianesimo

Se è vero che il brano evangelico non riporta il numero esatto dei Magi, la tradizione popolare cristiana li ha spesso identificati come i tre saggi o i tre re e ha assegnato loro i nomi di Melchiorre, Baldassarre e Gaspare. Esistono comunque delle tradizioni alternative che portano i magi in visita a Gesù in numero minore (due) o maggiore (fino a dodici).

 

16 – I RE MAGI

Nomi tradizionali dei Re Magi sono: Caspar, Baltasar e Melchior.

128-2832_IMG.JPGNobili sono I RE MAGI sui tre rispettivi cavalli dal colore bianco, rosso o baio, e nero.
Nell creatività presepiale tale cromatismo simboleggia l’iter quotidiano del sole: bianco per l’aurora, rosso o baio per il mezzogiorno, e nero per la sera e la notte.

I Re Magi, dunque, rappresentano il viaggio notturno dell’astro, che termina lí dove si congiunge con la nascita del nuovo sole bambino.
D’altra parte, in senso solare va interpretata la tradizione cristiana secondo la quale essi si mossero da oriente, che è il punto di partenza del sole.

 

La simbologia solare dei Re Magi era chiaramente espressa in passato, quando al loro corteo si aggiungeva una figura femminile detta “LA RE MÀGIA”, evidente rappresentazione della luna che segue il viaggio notturno dei tre sovrani.
Essa veniva raffigurata in portantina sorretta da quattro schiavi (le quattro fasi lunari) e, secondo la tradizione, rappresentava la fidanzata fedele del Re moro (altra simbologia della notte).
128-2829_IMG.JPG
Nella tradizione cristiana i Magi sono alcuni astrologi e sacerdoti zoroastriani  che, secondo il Vangelo di Matteo (2,1-12), seguendo “il suo astro” giunsero da Oriente a Gerusalemme per adorare il bambino Gesù, il “re dei Giudei” che era nato:

Testo greco: (Vangelo di Matteo, II, 1-14)

« Το δ ησο γεννηθέντος ν Βηθλέεμ τς ουδαίας ν μέραις ρδου το βασιλέως, δο μάγοι π νατολν παρεγένοντο ες εροσόλυμα λέγοντες• Πο στιν τεχθες βασιλες τν ουδαίων; εδομεν γρ ατο τν στέρα ν τ νατολ κα λθομεν προσκυνσαι ατ κούσας δ ρδης βασιλες ταράχθη κα πσα εροσόλυμα μετ’ ατο, κα συναγαγν πάντας τος ρχιερες κα γραμματες το λαο πυνθάνετο παρ’ ατν πο Χριστς γεννται ο δ επον ατ ν Βηθλέεμ τς ουδαίας• οτως γρ γέγραπται δι το προφήτου• Κα σύ Βηθλέεμ, γ ούδα, οδαμς λαχίστη ε ν τος γεμόσιν ούδα• κ σο γρ ξελεύσεται γούμενος, στις ποιμανε τν λαόν μου τν σραήλ Τότε ρδης λάθρ καλέσας τος μάγους κρίβωσεν παρ’ ατν τν χρόνον το φαινομένου στέρος, κα πέμψας ατος ες Βηθλέεμ επε• Πορευθέντες ξετάσατε κριβς περ το παιδίου• πν δ ερητε παγγείλατέ μοι, πως κγ λθν προσκυνήσω ατ ο δ κούσαντες το βασιλέως πορεύθησαν• κα δο στρ ν εδον ν τ νατολ προγεν ατος ως λθν στάθη πάνω ο ν τ παιδίον• δόντες δ τν στέρα χάρησαν χαρν μεγάλην σφόδρα κα λθόντες ες τν οκίαν εδον τ παιδίον μετ Μαρίας τς μητρς ατο, κα πεσόντες προσεκύνησαν ατ, κα νοίξαντες τος θησαυρος ατν προσήνεγκαν ατ δρα, χρυσν κα λίβανον κα σμύρναν• κα χρηματισθέντες κατ’ ναρ μ νακάμψαι πρς ρδην, δι’ λλης δο νεχώρησαν ες τν χώραν ατν ναχωρησάντων δ ατν δο γγελος Κυρίου φαίνεται κατ’ ναρ τ ωσφ λέγων• γερθες παράλαβε τ παιδίον κα τν μητέρα ατο κα φεγε ες Αγυπτον, κα σθι κε ως ν επω σοι• μέλλει γρ ρδης ζητεν τ παιδίον το πολέσαι ατό δ γερθες παρέλαβεν τ παιδίον κα τν μητέρα ατο νυκτς κα νεχώρησεν ες Αγυπτον, κα ν κε ως τς τελευτς ρδου• να πληρωθ τ ηθν π Κυρίου δι το προφήτου λέγοντος• ξ Αγύπτου »

Testo Italiano: (Vangelo di Matteo, II, 1-14)

« Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi (μάγοι magoi) giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: “Dov’è il re dei Giudei (βασιλεὺς τῶν Ιουδαίων basileus tōn ioudaiōn) che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella (ἀστέρα astera), e siamo venuti per adorarlo”. All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: “A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:


 http://ilmiopresepedinatale.myblog.it/media/02/00/716564454.avi

“E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele.”

 

oro (χρυσν chruson), incenso (λίβανον libanon) e mirra (σμύρναν smurnan). Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese. Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo”. Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto ».

128-2831_IMG.JPGAllora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: “Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo”. Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono (προσεκύνησαν prosekunēsan). Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono

Gli storici e alcuni biblisti cristiani interpretano questo racconto evangelico come un particolare leggendario, mentre altri biblisti cristiani ne sostengono la veridicità. Il particolare ha comunque avuto una straordinaria fortuna artistica, in particolare nelle rappresentazioni della natività e del presepe.

Il racconto evangelico li descrive in maniera estremamente scarna e la successiva tradizione cristiana (in particolare il Vangelo armeno dell’infanzia, tuttavia di minore valore storico rispetto ai vangeli sinottici) ne ha aggiunto alcuni particolari: erano tre (sulla base dei tre doni portati, oro, incenso e mirra), erano re e si chiamavano Melchiorre, Baldassarre e Gaspare.

 

128-2837_IMG.JPG Il racconto di Matteo

Il Vangelo secondo Matteo è l’unica fonte cristiana canonica a descrivere l’episodio. Secondo il racconto evangelico, i Magi, al loro arrivo a Gerusalemme, per prima cosa, fecero visita a Erode, il re della Giudea romana, domandando dove fosse ‘il re che era nato’, in quanto avevano ‘visto sorgere la sua stella’.

Erode, mostrando di non conoscere la profezia dell’Antico Testamento (Michea 5,1), ne rimase turbato e chiese agli scribi quale fosse il luogo ove il Messia doveva nascere.

Saputo che si trattava di Betlemme, li inviò in quel luogo esortandoli a trovare il bambino e riferire i dettagli del luogo dove trovarlo, ‘affinché anche lui potesse adorarlo’ (2,1-8). Guidati dalla stella, essi arrivarono a Betlemme e giunsero presso il luogo dove era nato Gesù, prostrandosi in adorazione e offrendogli in dono oro, incenso e mirra.

Avvertiti in sogno di non ritornare da Erode, fecero ritorno alla loro patria per un’altra strada (2,9-11). Scoperto l’inganno, Erode s’infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme di età inferiore ai due anni, dando luogo alla Strage degli Innocenti (2,16-18).

Il passo di Matteo non fornisce il numero esatto dei Magi ma la tradizione più diffusa, basandosi sul fatto che vengono citati tre doni, parla di tre uomini. In realtà, il testo greco non ne indica né il numero né tantomeno i nomi; parla solo di “Magi dall’Oriente” (μαγοι απο ανατολων, magoi apo anatolōn).

L’esegesi storico-critica, a partire dal XIX secolo, ha proposto dei criteri per distinguere i fatti storici probabilmente accaduti da altri racconti creati dalle primitive comunità cristiane o dagli evangelisti stessi.

In questa prospettiva, un gran numero di biblisti contemporanei sottolinea che, nel caso di Mt 2, non ci si trova di fronte ad una cronaca, ma ad una composizione didascalica, midrashica: una “costruzione” letteraria che è stata pensata per fornire un insegnamento.

128-2838_IMG.JPGChi avrebbe scritto e redatto la “novella teologica” dei Magi a Betlemme aveva alle spalle “storie” simili nelle letterature religiose del tempo, e soprattutto aveva alle spalle una evidenza inconfutabile: Gesù, considerato l’inviato di Dio, fu respinto dal potere sia politico sia religioso. E se i maestri del Giudaismo, in larga misura, avevano rifiutato Gesù, lo avevano accolto persone che, per lo più, erano marginali, senza “titoli” particolari.

Con un procedimento letterario chiamato retroproiezione, dunque, l’evangelista avrebbe collocato all’inizio della vita di Gesù ciò che sarebbe poi successo durante tutti gli anni della sua esistenza: in Erode e nell’ambiente di Gerusalemme il racconto vede l’opposizione del potere politico e religioso, mentre i Magi che “vennero da lontano” sarebbero i rappresentanti di tutte quelle persone che “vengono da lontano”, che a quel tempo erano guardate con sospetto.

Il testo evangelico, infatti, mostra chiaramente che i Magi sono dei “gentili” (non ebrei): gli studiosi Raymond Brown e Ortensio da Spinetoli, tra gli altri, fanno notare come nel racconto i Magi si rivolgano agli Ebrei in veste di stranieri e non sembrino conoscere le Sacre Scritture ebraiche.

 

128-2839_IMG.JPG

15 – LA STELLA DI BETLEMME (Seconda parte)

Tentativi di identificazione astronomica

 

Il cielo di Gerusalemme il 12 novembre del 7 a.C.

Gli indizi astronomici utilizzati per spiegare la narrazione del vangelo di Matteo sono di due tipi: eventi astronomici eccezionali di grande effetto visibile come il passaggio di una cometa o il formarsi di una supernova oppure congiunzioni planetarie di speciale significato astrologico.

Queste ultime spiegherebbero meglio come i Magi hanno potuto capire di doversi recare proprio a Gerusalemme, dato che l’orientamento di ogni stella o evento astronomico rispetto ai punti cardinali cambia continuamente per effetto della rotazione terrestre; solo la stella polare resta fissa. Un evento astronomico naturale, quindi, non potrebbe indicare la direzione da Babilonia a Gerusalemme e infatti solo per il brevissimo tratto fra Gerusalemme e Betlemme (8 km) Matteo dice che la stella “precedeva” i Magi, indicando che essa si trovava in direzione sud nell’ora di approssimata durata dell’ultimo tratto di viaggio.

I due tipi di evento potrebbero anche essere combinati fra loro, assegnando a una congiunzione planetaria il ruolo “informativo” e a una supernova o a una cometa il ruolo “direzionale”. Questa ipotesi fu proposta per la prima volta da Keplero e successivamente adottata da diversi autori, anche recenti.

Dato che la morte di Erode è datata perlopiù al 4 a.C., la maggior parte degli studiosi ha esaminato il periodo 8-4 a.C.; alcuni lavori, però, hanno trovato interessanti eventi astronomici anche nel successivo periodo 3-1 a. C., il biennio immediatamente precedente la data tradizionale di nascita di Gesù.

Eventi astronomici spettacolari

L’ipotesi di un evento eccezionale è in accordo con la descrizione fornita dal Protovangelo di Giacomo, uno scritto apocrifo del secondo secolo, secondo cui la Stella era:“tanto brillante da far scomparire le altre stelle”. La fonte, tuttavia, non è sufficientemente attendibile da considerare vincolante questo dettaglio. Un evento eccezionale, inoltre, sarebbe stato notato da tutti ed Erode non avrebbe avuto bisogno di chiedere ai Magi la data precisa di inizio dell’evento. L’evento eccezionale, se davvero ebbe luogo, deve essere stato preceduto da altri eventi astronomici, il cui significato era comprensibile solo da astrologi.

Una cometa

cometaqx9.jpgL’ipotesi che la stella di Betlemme fosse una cometa, o qualcosa di simile, risale a Origene, che non si basa su tradizioni precedenti, ma suppone che si sia trattato di una nuova “stella”, cioè di un evento eccezionale, probabilmente allo scopo di non deviare dal rifiuto della pratica astrologica, consueto fra i cristiani. Origene cita il perduto trattato “Sulle comete”, scritto dal precettore di Nerone, Cheremone, secondo il quale era prassi accettata che l’apparizione di comete o nuovi astri segnalasse la nascita di importanti personaggi ed era quindi plausibile che i Magi si fossero messi in viaggio al suo apparire.

È stato proposto che la Stella fosse la cometa di Halley, che fu visibile nel 12 a.C., ma questa data non è compatibile con l’opinione corrente della maggior parte degli storici, che datano la nascita di Gesù tra il 7 e il 4 a.C.. Non si conosce il passaggio di altre comete nel periodo d’interesse, eccetto forse un evento del 5 a.C., descritto dagli astronomi cinesi come una cometa, ma oggi spesso reinterpretato come una supernova. L’identificazione della Stella con questa cometa è sostenuta, ad esempio, da Colin Humphreys, che la utilizza per datare la nascita di Cristo attorno alla Pasqua del 5 a.C.

Come detto sopra, l’identificazione della “stella” con una cometa diventò opinione comune solo nel XV secolo, un secolo dopo l’opera di Giotto.

Una Nova

supernova3.jpgAlcuni studi, invece, hanno trovato traccia di esplosione di supernove:

·   Nel 1977 un gruppo di ricercatori inglesi (Clark, Parkinson and Stephenson) hanno rilevato che gli annali astronomici cinesi registrano nel marzo del 5 a.C. l’apparizione di un oggetto brillante, probabilmente una nova, che rimase visibile per circa 70 giorni tra le costellazioni dell’Aquila e del Capricorno. Si tratta quasi certamente di un oggetto rilevato anche dagli astronomi coreani, anche se le loro registrazioni contengono imprecisioni, dovute verosimilmente ad errori di trascrizione. Se i Magi si misero in viaggio dalla Mesopotamia al suo apparire, poterono raggiungere la Giudea in aprile/maggio: in quel periodo, all’alba era visibile da Gerusalemme in direzione sud, cioè verso Betlemme, in perfetta corrispondenza con il racconto evangelico.

· Una recente ipotesi suggerisce che la stella di Betlemme fosse una supernova o una ipernova, le cui tracce sono state scoperte nei pressi della galassia di Andromeda. La datazione di questo evento non è attualmente possibile, ma potrebbe diventarlo col progresso della tecnologia. Frank Tipler, però, osserva che una supernova in Andromeda spiegherebbe in modo letterale un aspetto misterioso del vangelo di Matteo: il fermarsi della stella proprio sopra Betlemme. Il “fermarsi” indicherebbe il raggiungimento dello zenit, istante in cui la stella cessa di fornire una indicazione direzionale.

Congiunzioni planetarie

allineamento pianeti.jpgMolti studiosi hanno suggerito che la stella di Betlemme non fosse una stella o una cometa, ma il pianeta Giove in congiunzione con altri pianeti meno luminosi. Keplero (De anno natali Christi, 1614) per primo segnalò che nel 7 a.C. vi fu una tripla congiunzione di Giove con Saturno nella costellazione dei Pesci. Il fenomeno aveva attirato l’attenzione anche degli astronomi caldei, che lo avevano previsto sin dall’anno precedente. La tavoletta con la previsione del fenomeno, datata 8 a. C., è stata trovata in ben quattro copie in siti diversi (fatto molto raro); ciò segnala l’interesse degli astrologi antichi per il fenomeno.

I due pianeti entrarono nella costellazione dei Pesci in corrispondenza all’equinozio di primavera, visibili a oriente subito dopo il tramonto, e vi rimasero per circa un anno, avvicinandosi tra loro per ben tre volte. Prima di uscirne furono raggiunti anche da Marte. Perciò nel febbraio del 6 a.C. vi furono simultaneamente le congiunzioni di Giove con la Luna e di Marte con Saturno, entrambe nella costellazione dei Pesci. Poco dopo Giove entrò nella costellazione dell’Ariete, dove secondo l’astronomo Michael Molnar ebbe due congiunzioni con la luna, così prossime da essere occultato (evento calcolabile con i computer odierni, ma non prevedibile nell’antichità). Secondo Molnar furono particolarmente significativi l’occultamento del 17 Aprile e la stazionarietà di Giove il 19 dicembre del 6 a.C..

 http://ilmiopresepedinatale.myblog.it/media/01/01/1222244406.avi

Negli anni 7-6 a.C. vi fu quindi una sequenza di eventi astrali durata circa diciotto mesi e variamente interpretata dagli studiosi utilizzando testi astrologici ebraici, ellenistici e babilonesi. La sequenza era centrata sul pianeta Giove, il più luminoso dopo Venere e quello che nella mitologia antica era il Dio creatore degli uomini (Marduk per i Babilonesi, Zeus per i Greci).

Altre sette congiunzioni molto significative dal punto di vista astrologico ebbero luogo negli anni 3-2 a.C (cioè nei due anni antecedenti la data di nascita di Gesù secondo la tradizione cristiana). Tre di esse implicarono Giove e la stella Regolo della costellazione del Leone, anch’essa un simbolo regale. Altre, verificatesi sempre nei pressi di Regolo implicarono Venere e altri pianeti, fra cui Marte e Mercurio.

Gli eventi astrali del 7-6 a.C. sono quelli ritenuti più interessanti dalla maggioranza degli studiosi.

La tripla congiunzione Giove-Saturno del 7 a.C.

congiunzione -luna-marte-giove-saturno.jpgOgni 19 anni e 314 giorni Giove e Saturno si allineano con il sole. L’allineamento con la terra ha lo stesso periodo medio, ma si verifica in modo più irregolare (anticipando o posticipando di qualche mese) a causa del moto della terra sulla sua orbita. Normalmente queste congiunzioni sono brevissime e sono visibili per poche ore all’alba o al tramonto o addirittura sono completamente invisibili, perché la terra è in opposizione.

Quando però anche la terra è esattamente allineata con i due pianeti nel giorno in cui essi sono allineati col sole, la congiunzione è preceduta e seguita esattamente a distanza di cento giorni da altre due congiunzioni con allineamento geocentrico, ma non eliocentrico. Se, invece, nel giorno dell’allineamento eliocentrico dei due pianeti, la terra non è perfettamente allineata anch’essa, ma si trova in un settore angolare di più o meno 30° si verificano comunque congiunzioni multiple ma non più equidistanziate, e al limite la congiunzione centrale viene a coincidere con una di quelle estreme per cui la congiunzione tripla si riduce ad una doppia. Le congiunzioni multiple sono un effetto dovuto alla maggior velocità angolare della terra, che determina un moto retrogrado apparente di Giove e Saturno fra la prima e l’ultima congiunzione.

Le congiunzioni multiple si verificano in media ogni 120 anni, mentre quelle in cui la terra è anch’essa molto prossima all’allineamento eliocentrico, si verificano in media ogni 500 anni. La frequenza si riduce ulteriormente se si richiedono condizioni aggiuntive, come il verificarsi entro una specifica casa dello Zodiaco.

Secondo Keplero le tre congiunzioni del 7 a.C. avrebbero avuto luogo il 29 maggio, il 29 settembre e il 5 dicembre, ma i calcoli di altri autori spostano leggermente queste date. La congiunzione quasi-eliocentrica del 29 settembre si verificò nei pressi della luna piena e poco dopo l’equinozio d’autunno.

Come mai una di queste congiunzioni planetarie potrebbe aver spinto i Magi a recarsi alla corte di Erode? Occorre evidentemente che l’evento fosse considerato eccezionale e che avesse un particolare significato astrologico. Vediamo, ad esempio, come queste condizioni si realizzarono per la tripla congiunzione di Giove e Saturno del 7 a.C.

Già nell’VIII secolo d.C. l’astrologo persiano Masha’allah ibn Athari, utilizzando dati e teorie di origine iranica e babilonese, sostenne che ogni importante cambiamento religioso o politico, fra cui le nascite di Cristo e di Maometto, era collegato alla congiunzione fra Giove e Saturno. Un’interpretazione più dettagliata, basata su notizie fornite da Isaac Abrabanel, uno scrittore medievale ebreo, è pubblicata da Rosenberg. Il pianeta Saturno sarebbe il Padre divino, Giove il figlio e la costellazione dei Pesci sarebbe collegata con il popolo di Israele. Anche secondo l’assiriologo Simo Parpola l’evento del 7 a. C. sarebbe risultato di grande importanza per gli astrologhi caldei e avrebbe annunciato “la fine del vecchio ordine del mondo e la nascita di un nuovo re mandato da Dio”. Infine Ettore Bianchi, Mario Codebò e Giuseppe Veneziano hanno sottolineato che proprio all’epoca della nascita di Cristo vi fu il trapasso dall’Era dell’Ariete all’Era dei Pesci, per cui durante gli equinozi il sole sarebbe entrato nelle costellazioni dei Pesci e della Vergine e sarebbe dovuta ritornare l’Età dell’oro. Qualunque evento astrale nella costellazione dei Pesci avrebbe avuto una risonanza fortissima fra gli astrologi di qualsiasi cultura, come testimonia anche l’ecloga IV di Virgilio, in cui si canta l’avvento dei Saturnia Regna. Secondo l’astrologia iranica e indiana l’età dell’oro torna ogni dodicimila anni.

Alcuni esempi illustrativi

I dati astronomici sopra illustrati sono numerosi e le incertezze sulla datazione della nascita di Gesù così ampie, che non c’è difficoltà a trovare molteplici possibilità d’accordo. Le possibilità sono accresciute anche dalla molteplicità degli eventi biblici: il primo segnale astrologico potrebbe corrispondere non alla nascita, ma al concepimento di Gesù o addirittura a quello dell’annuncio a San Zaccaria, che diede l’avvio alla sequenza di eventi. La significatività di ogni coincidenza è quindi limitata.

A titolo illustrativo, riassumiamo alcune possibilità:

  •   David Hughes e più recentemente Simo Parpola collocano tutti gli eventi nell’autunno del 7 a.C.; la nascita di Gesù sarebbe avvenuta in corrispondenza alla congiunzione equinoziale (6 ottobre), mentre l’arrivo dei Magi sarebbe da collocarsi in corrispondenza all’ultima congiunzione (1 dicembre). Il pregio di questa proposta è che essi avrebbero osservato a Gerusalemme proprio un nuovo verificarsi dell’evento che avevano osservato in patria in accordo con Mt 2,10. Dato che la prima congiunzione si era verificata solo sei mesi prima, resta incerto il motivo per cui Erode avrebbe fatto uccidere tutti i bambini di Betlemme con meno di due anni;
  •   Per diversi autori, fra cui più recentemente Colin Humphreys, gli eventi del 7 e del 6 a.C. avrebbero avuto solo un ruolo di allerta astrologica, mentre la nascita di Cristo avrebbe avuto luogo solo in coincidenza con (o poco dopo) la cometa/supernova del marzo 5 a.C. Dato che la “cometa” fu osservata dagli astronomi cinesi per 70 giorni, i Magi ebbero tutto il tempo per osservare la sua prima comparsa, decidere di mettersi in viaggio ed arrivare a Gerusalemme entro i due mesi successivi. Questa soluzione spiega il comportamento di Erode, al prezzo di introdurre due eventi, mentre il vangelo parlerebbe solo del secondo.
  •   Michael Molnar enfatizza solo gli eventi del 6 a.C. e il ruolo di Giove, collocando la visita dei Magi nel dicembre;
  •   Proviamo, infine, a collocare la Natività il 25 dicembre del 6 a. C., una data il cui anno raccoglie grande consenso fra gli storici e il cui giorno accontenta anche i credenti tradizionalisti. Alcuni dei dati astronomici sopra discussi si collocano nella narrazione biblica come segue:
  •   Settembre-Ottobre 7 a.C.: Annuncio dell’angelo a San Zaccaria e concepimento del Battista; avvio della catena di eventi che conduce alla nascita di Gesù; (circa 180 giorni prima del concepimento di Gesù secondo Luca);
  •   congiunzione di Giove e Saturno nella costellazione dei Pesci (la congiunzione astrologicamente più importante perché anche il sole era allineato con la terra e i pianeti, ma nella costellazione della Vergine).
  •   Marzo-Aprile del 6 a.C.: Annunciazione a Maria e concepimento di Gesù (circa 266 prima del Natale);
  •   Nel febbraio Marte raggiunge Giove e Saturno nella Costellazione dei Pesci, congiunzioni di Marte con Saturno e di Giove con la Luna e successivo occultamento di Giove da parte della Luna nella costellazione dell’Ariete (17 Aprile).
  •   2 febbraio del 5 a.C.: Presentazione di Gesù al Tempio, durante la quale Simeone il Giusto pronuncia il Nunc dimittis (40 dopo Natale per obbedire la legge mosaica), seguita in data imprecisata dalla visita dei Magi;
  •   L’esplosione di una supernova in marzo/aprile annuncia ai Magi la realizzazione della profezia significata dalla misteriosa triplice congiunzione di due anni prima, spingendoli a partire per Gerusalemme; la profezia di Michea e la luce della stella li guidano a Betlemme. Erode uccide tutti i nati dall’avvio della triplice congiunzione (maggio 7 a.C.).

14 – LA STELLA DI BETLEMME (Prima parte)

La stella di Betlemme è quel fenomeno astronomico che, secondo il racconto del Vangelo secondo Matteo (2,1-12.16), guidò i Re Magi a fare visita a Gesù appena nato.

La dicitura comunemente più diffusa per indicare la stella di Betlemme è il contraddittorio stella cometa, che accorpa due corpi celesti completamente dissimili tra loro: la stella è di grandi dimensioni, si trova a enormi distanze dal sistema solare e nel firmamento appare fissa e puntuale; la cometa è di piccole dimensioni, si trova all’interno del sistema solare e nel firmamento appare mobile e con una forma e dimensione non puntuale.cometa2.jpg

La storicità del racconto è discussa. Storici non-cristiani e alcuni biblisti cristiani lo vedono come un dettaglio di un racconto midrashico di carattere haggadico. Altri biblisti cristiani ne ammettono la veridicità storica. L’ipotesi “realista” odierna più comune identifica la stella con una triplice congiunzione di Giove e Saturno verificatasi nel 7 a.C nella costellazione dei Pesci.

Il dibattito antico sulla natura della stella

Già nell’antichità le opinioni dei cristiani erano discordi, anche perché le opinioni dei filosofi sulla natura dei corpi celesti erano confuse. Secondo il filosofo ebreo Filone di Alessandria e prima di lui Platone e gli Stoici, le stelle “sono creature viventi, ma di un genere interamente spirituale”. Perfino Aristotele espresse giudizi contraddittori sull’argomento. L’identificazione delle stelle con gli angeli traspare in molti testi biblici o della letteratura giudaica. Perciò diversi padri della chiesa, fra cui Giovanni Crisostomo, non videro alcuna contraddizione nel fatto che una stella, cioè un angelo, scendesse in terra a guidare i Magi sino alla stalla di Gesù, secondo la narrazione popolare e in analogia alla guida data a Israele durante l’Esodo (14,19; 23,20; 32,34; 33,2. Anche biblisti moderni non escludono che fosse questa l’idea di Matteo.

Una linea di pensiero completamente diversa compare in Origene, che sostenne che dovesse trattarsi di un evento naturale e non miracoloso. San Gerolamo, poi, combattè l’idea che le stelle potessero essere angeli e finalmente nel 553 il secondo concilio di Costantinopoli escluse tassativamente che i pianeti o le stelle potessero avere un’anima.

La maggior parte degli esegeti antichi, quindi, interpretarono la stella come un fenomeno celeste inanimato, naturale o portentoso, ma senza identificarlo con una cometa. Nell’iconografia cristiana antica, infatti, la stella non è mai rappresentata con la coda. L’esempio più antico è un affresco delle Catacombe di Priscilla (III-IV secolo).

La comune rappresentazione a forma di cometa e la dicitura “stella cometa” risalgono al fatto che Giotto, impressionato dal passaggio della Cometa di Halley nel 1301, la disegnò appunto come una cometa dalla lunga coda nella Cappella degli Scrovegni a Padova. A partire dal XV secolo il particolare ha avuto una straordinaria fortuna artistica, in particolare nelle rappresentazioni della natività e del presepe.

La coda risponde al desiderio di rappresentare un oggetto celeste che indichi una direzione, in accordo con la lettura popolare del testo evangelico.

 cammelli.jpg

Testo del Vangelo

Ecco il testo di Matteo, in cui si riportano anche alcuni termini del testo originale greco: “ Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: “Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella (tòn astéra en têi anatolêi) e siamo venuti per adorarlo”.

All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia.

Gli risposero: “A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele”.

Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: “Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo”.

Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella (o astér), che avevano visto nel suo sorgere (en têi anatolêi), li precedeva (proêghen autoús), finché (eôs) giunse e si fermò sopra (estáthe epáno) il luogo dove si trovava il bambino.

Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra.

Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

(…). Erode, accortosi che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù, corrispondenti al tempo su cui era stato informato dai Magi. »   (Matteo 2,1-12.16)

Come si può constatare il racconto biblico non corrisponde esattamente alla comune tradizione cristiana e contiene, invece, utili dettagli che occorre sottolineare:

·         Il testo non specifica quanto tempo dopo la nascita di Gesù fossero arrivati a Betlemme i Magi, né che Gesù e i suoi si trovassero ancora nel ricovero di fortuna (la “stalla”) dove aveva avuto luogo il parto. Dal vangelo di Luca sappiamo che Giuseppe, Maria e Gesù rimasero a Betlemme almeno 40 giorni, cioè sino alla Presentazione al Tempio. La visita dei Magi e l’immediatamente successiva fuga in Egitto dovrebbero aver avuto luogo dopo questo evento, in contrasto con la tradizione liturgica, che lascia solo dodici giorni fra Natale ed Epifania;

·         Non si dice né che i Magi fossero re, né quale fosse il loro numero e il loro nome (si veda la voce Re Magi per l’origine di queste notizie);

·         Il termine “magi” indica l’appartenenza a una casta sacerdotale di astrologi zoroastriani, il cui centro più importante era Babilonia. Le parole en têi anatolêi (= “al suo sorgere”) possono anche essere tradotte “in Oriente”, rafforzando l’indicazione della provenienza dei Magi (a oriente di Gerusalemme c’era Babilonia e più in là la Persia);

·         Alternativamente la traduzione di en têi anatolêi come “in oriente” potrebbe indicare che la stella splendeva a est. Dato che più tardi, a Gerusalemme, la stella risulta splendere a sud, questa traduzione favorirebbe l’interpretazione della stella come una cometa;

·         Matteo, però, usa il termine “astér”, più adatto per una stella che per una cometa;

·         Il testo non dice affatto che i Magi siano arrivati a Gerusalemme seguendo la stella, ma soltanto che la vista della stella li indusse a cercare notizie alla corte di Erode sulla nascita di un re dei Giudei;

·         Solo grazie ai Magi Erode fu informato della nascita di Gesù. Ciò potrebbe indicare che l’interpretazione dello (o degli) eventuali eventi astrologici non era ovvia per gli astrologi ellenistici, mentre era più chiara per quelli caldei.

·         I Magi “provarono una grandissima gioia” perché la posizione della stella corrispondeva proprio alla direzione di Betlemme, non perché fosse ricomparsa dopo un temporaneo occultamento. Il testo non afferma, ma non esclude, che la stella sia rimasta ininterrottamente visibile per tutto il viaggio (come necessario se fosse stata una cometa o una nova);

·         La stella splendeva a sud di Gerusalemme (questa, infatti, è la direzione di Betlemme);

·         Non si afferma neppure che la stella si sia fermata sopra la capanna (come nei presepi), ma solo che si trovava sopra la località di Betlemme;

·         L’indicazione che la stella stava sopra il luogo dove si trovava Gesù può avere molti significati. In testi coevi l’indicazione estáthe epáno è utilizzata per comete la cui coda è diretta verso l’alto. Secondo Tipler (si veda nel seguito) potrebbe indicare che quando i Magi giunsero a Betlemme la stella aveva raggiunto lo zenit e perciò non forniva più un’indicazione di direzione. Secondo Mario Codebò, infine, il testo greco è ambiguo e potrebbe essere tradotto in modo completamente diverso da quello solito (inaugurato nella traduzione latina di San Gerolamo). Ad esempio il vangelo di Matteo potrebbe semplicemente dire che l’aurora sorse proprio quando i Magi arrivarono a Betlemme (la stella, quindi, non si fermò ma scomparve per la troppa luce)

·         L’uccisione di tutti i bambini di età inferiore ai due anni indica che l’evento o la sequenza di eventi significativi era iniziata ben due anni prima.

 

presepe2.jpg

Significato simbolico

La presenza di una stella alla nascita di Gesù è un simbolo messianico. Il riferimento biblico è la profezia di Balaam su una stella, che sarebbe spuntata da Giacobbe Nm 24,17. Benché la stella sia stata spesso identificata col re Davide, già prima della nascita di Cristo alcuni ebrei l’avevano identificata col Messia[6]. Nel secondo secolo Origene ed Ireneo di Lione richiamarono questa profezia proprio in relazione alla Stella di Betlemme. L’identificazione messianica è ancora più chiara nella versione dei LXX (quella normalmente utilizzata dagli evangelisti), in cui lo “scettro”, che sorge in Israele, è tradotto in greco con “uomo”.

Il carattere “nazionalistico” della profezia di Baalam potrebbe essere il motivo per cui la stella non compare nel vangelo di Luca, diretto ai “gentili” e agli ebrei ellenizzati.

 

13 – IL PRESEPE E LA STELLA DI GIOTTO

 

È rimasto celebre, ben oltre il recinto della storia francescana, il modo del tutto singolare, ancorché lungamente pensato e progettato, con cui San Francesco intese celebrare, la notte del 25 dicembre del 1223, a Greccio, alla festa liturgica del santo Natale.
Fra Tommaso da Celano O. Min (ca 1190 – ca 1260), proto biografo di San Francesco, nella Vita Prima commissionatagli espressamente da Gregorio IX ( * 1241) e redatta tra il 1228 ed inizio del 1229 – e pertanto immediatamente a ridosso dei fatti – dedica a questo episodio di grande valenza una delle pagine più intense e più vibranti della sua “legenda”, “da leggere” appunto con grande attenzione.giotto.jpg
Dopo aver richiamata alla memoria l’aspirazione più alta di San Francesco, che era quella di osservare perfettamente il Santo Vangelo ed imitare fedelmente con tutta la vigilanza la dottrina e gli esempi di Gesù Cristo, il Proto biografo abruzzese ribadisce – quasi a necessaria premessa di tutto il racconto – che San Francesco meditava continuamente le parole del Signore, soprattutto l’umiltà dell’Incarnazione e la carità della Passione.
Il Celanese passa poi a descrivere, con un dettato che si fa via via sempre più lirico, la genesi autentica di quell’impresa, di cui San Francesco risultò unico ideatore e principale responsabile.
Questa allora la narrazione del biografo ufficiale: “A questo proposito è degno di perenne memoria e di devota celebrazione quello che il Santo realizzò tre anni prima della sua gloriosa morte, a Greccio, il giorno del Natale del Signore. C’era in quella contrada un uomo di nome Giovanni, di buona fama e di vita anche migliore, ed anche molto caro al beato Francesco […] Circa due settimane prima della festa della Natività, il beato Francesco […] lo chiamò a sé e gli disse: “Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie ad un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello”.
Appena l’ebbe ascoltato, il fedele e pio amico se ne andò sollecito ad approntare nel luogo designato tutto l’occorrente secondo il disegno esposto dal Santo. E giunge il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza! Per l’occasione sono qui convocati molti frati da molte parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno, secondo le sue possibilità, ceri e fi accole per illuminare quella notte, nella quale si accese splendido nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e tutti i tempi.
Pesebre giotto.pngArriva alla fi ne Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio ed è raggiante di letizia […] Greccio è diventata una nuova Betlemme […] Francesco si è rivestito di paramenti diaconali, perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo” (1 Cel. 84-86). Come si può arguire direttamente dal dettato del Celanese, non si trattò dunque di una qualche “Sacra Rappresentazione”, mancando tutti gli elementi tipici di un’azione propriamente drammatica. Si trattò invece – molto arditamente – di un allestimento scenico fortemente realistico per la celebrazione della santa Messa.
San Bonaventura, e la sua celebre Legenda Maior, ben comprese il fatto audacissimo di San Francesco: “E perché ciò non venisse ascritto a desiderio di novità [San Francesco] chiese ed ottenne prima il permesso del Sommo Pontefi ce […] Il santo sacrifi cio viene celebrato sopra la mangiatoia e Francesco, levita di Cristo, canta il Santo Vangelo” (S. Bonaventura, Legenda Maior X, 7). Giotto, dipingendo nel grande murale di Assisi questo famoso episodio, si attiene, come del resto in tutte le altre storie francescane – come fanno fede i “tituli” correnti sotto i singoli affreschi – al dettato bonaventuriano.
In più, al realismo evangelico di San Francesco, aggiunge il suo “magico realismo”, trasportando di peso tutto il racconto dalla grotta di Greccio all’interno di una solenne basilica papale romana, riconoscibilissima non fosse altro che per il caratteristico lectorium cosmatesco e, più ancora per il bellissimo ciborio arnolfi ano. Tutti gli astanti – preti, frati, uomini e donne – sono come colpiti e frastornati da una sorta di smarrimento, come chi si trovi all’improvviso nel bel mezzo di una situazione del tutto imprevista. Sulla generale sorpresa galleggia però la melodia gregoriana che esce dalla bocca di quattro frati ben piazzati, che si stagliano contro le specchiature marmoree del mirabile Lectorium, che fornisce al grande pittore Mugellano il magnifico pretesto per sperimentare, colpo su colpo, un’arditissima scansione prospettica, meritandosi così, ancora una volta, il titolo di “Giotto spazioso”.

12 – GLI ANIMALI DEL MIO PRESEPE

Nel presepio compaiono numerosi animali.

bue e asinello3.jpgL’asino è collocato nella stalla dietro la mangiatoia ospitante Gesù, ed è quello che avrebbe accompagnato Maria e Giuseppe nel loro viaggio (rappresenta l’umiltà, la tenacia, la fedeltà e la caparbieta’.

Nonostante il bue sia, come l’asino, citato solo in fonti apocrife, è considerato da tutti un elemento basilare e significa sottomissione. Secondo alcuni avrebbe indicato, con i suoi muggiti, alla Sacra Famiglia l’esistenza della stalla.

Sarebbero anche simboli dei due ladroni che Gesù incontrerà durante la crocifissione, oppure il popolo dei Giudei e dei Gentili.

Le pecore: solitamente sono molte e vengono disposte nei pressi dei pastori; nei presepi più elementari il rapporto vede in vantaggio i secondi in quanto essi ne prevedono solo un paio.

bue e asinello2.jpgI cammelli o dromedari vengono spesso aggiunti insieme ai Re Magi e sono solitamente, per le loro grosse dimensioni, prerogativa dei presepi più grandi. Oltre a questi animali principali, spesso i presepi artigianali contengono altri come Cani, gatti, ovini, cavalli, bovini, volatili e animali esotici come pappagalli e scimmie.

2009 – Il vero cristiano lo si riconosce anche dalle opere

Galleria

This gallery contains 13 photos.

Natale 2009 Il disagio spichico, il mondo carcerario. La solitudine degli anziani, il disagio giovanile e le inquietitudini dei ragazzi, l’ascolto quotidiano dei loro bisogni, il consumismo sfrenato… Sono tante isole di povertà presenti tra di noi, nelle nostre comunità nelle nostre famiglie e così, mentre il mondo invoca una giustizia che tarda a venire, ognuno di noi sente forte … Continua a leggere

11 – LA LAVANDAIA:

lavandaia2.jpg
 

La lavandaia è un personaggio caratteristico della nostra tradizione presepiale.
Essa è vista come testimone del parto verginale di Maria, essa deriva da sacre rappresentazioni medievali, dall’iconografia orientale e da tradizioni cristiane extraliturgiche.
Secondo la versione dei Vangeli apocrifi la Madonna fu visitata, al momento del parto, da più levatrici, ma solo una di esse volle accertarsi della sua verginità osando toccarla.
Nel protovangelo di Giacomo si legge: «E la levatrice uscí dalla grotta e Salomè si imbatté in lei.
Ed ella disse: – Salomè, Salomè, una vergine ha partorito, ciò di cui la sua natura non è capace -.
E Salomè disse: – Com’è vero che Dio esiste, se non metterò il dito e non esaminerò la sua natura, non crederò mai che la vergine ha partorito», (questo passo ricorda verosimilmente il brano evangelico dell’incredulità di Tommaso di fronte alla resurrezione di Cristo).

 

La conseguenza di quel gesto, sempre secondo i vangeli apocrifi, fu che la mano della levatrice, che aveva tanto osato, rimase incenerita all’istante; guarí solo dopo aver toccato il divino Bambino.
In conformità con tale versione si trovano sui presepi orientali più levatrici di Maria (lavandaie) che, dopo aver lavato il Bambino, stendono ad asciugare i panni del parto, il cui candore è suggestivo per un confronto con la verginità di Maria.

 

lavandaia1.jpg

10 – IL PESCATORE, IL CACCIATORE E I SUONATORI:

Il pescatore e il cacciatore esprimono due tipi di cultura successivi alla società matriarcale: la pesca e la caccia, le piú antiche attività con cui l’uomo si assicurò i mezzi di sussistenza.
Il  pescatore: è simbolicamente il pescatore di anime. Il pesce fu il primo simbolo dei cristiani perseguitati dall’Impero Romano. Infatti l’aniconismo, cioè il divieto di raffigurare Dio, applicato fino al III secolo, comportò la necessità di usare dei simboli per alludere alla Divinità. Tra questi c’era il pesce, il cui nome greco (ikthys) era acronimo di “Iesùs Kristhòs Theoù Yiòs Sotèr” (Gesù Cristo Figlio di Dio e Salvatore).

 

Ikthys_LennartHell.gif

 

Interessante per la valenza che esprime è il costume del pescatore.

 

Esso, connotato dal colore bianco e rosso, mostra attinenza con la piú antica liturgia del mondo popolare, non soltanto napoletano.

pescatore.jpg

Al cacciatore che di solito imbraccia un fucile non è mai mancato l’ironico commento dei piccolo-borghesi napoletani che ignorando il senso culturale e metastorico della rappresentazione, ne hanno rilevato il contraddittorio anacronismo.

Ma si tratta dell’arroganza e della presunzione di una classe che ha sempre preteso di gestire la cultura, interpretandone i segni e le espressioni dall’alto della propria superficialità.

Le figure in coppia del cacciatore e del pescatore rinviano ad arcaiche rappresentazioni del ciclo morte-vita, giorno-notte, estate-inverno.
La pregnanza simbolica dei due personaggi è sottolineata, nella rappresentazione presepiale, dalla loro posizione che può dirsi canonica: vale a dire che il cacciatore si colloca in alto, mentre il pescatore è situato in basso, presso le acque fluviali.

Tale contrapposizione evidenzia chiaramente la dualità sacrale di una coppia attinente al mondo celeste e a quello infero.

 

I Suonatori

Insieme ai pastori sono solitamente collocati di fronte alla capanna e, per festeggiare l’evento suonano zampogne o zufoli, la classificazione di alcuni di questi personaggi è spesso ambigua in quanto le statuine li rappresentano insieme a pecore o con altri elementi tipicamente legati alla pastorizia.

 
suonatori.jpg

09 – I VENDITORI DEL MIO PRESEPE

Mettendo in relazione le attività lavorative col periodo calendariale in cui esse si svolgono, è possibile interpretare quei personaggi come personificazioni dei Mesi. Sono rappresentate tutte le professioni praticate in quel tempo.

 

Gennaio: macellaio o salumiere;
Febbraio: venditore di ricotta e formaggio;
Marzo: pollivendolo e venditore di uccelli;
Aprile: venditore di uova;
Maggio: rappresentato da una coppia di sposi recanti un cesto di ciliegie e di frutta;
Giugno: panettiere e il mugnaio;
Luglio: venditore di pomodori;
Agosto: venditore di cocomeri;
Settembre: contadino venditore di fichi o seminatore;
Ottobre: vinaio o cacciatore;
Novembre: venditore di castagne;
Dicembre: pescivendolo o pescatore.

venditore1.jpg

venditore3.jpg
venditore4.jpg
 
 

2007 – Tra le vie della nostra città

Galleria

This gallery contains 15 photos.

Tra le vie della nostra città Gesubambino nasce ogni giorno tra di noi. Sullo sfondo, in primo piano, la sagoma panoramica della nostra città: Venosa. Sullo sfondo, in secondo piano, la collina che sovrasta la città: Montalbo; ed ancora più in fondo la sagoma del Vulture, che caratterizza tutto il nostro territorio. presepe realizzato in polisterolo e cartoncino.

2006 – La maestosità della cattedrale

Galleria

This gallery contains 25 photos.

Signore Gesù, da grande e ricco che eri, ti sei fatto piccolo e povero. Tu hai scelto di nascere fuori di casa in una stalla, di essere fasciato in poveri panni, di essere deosto in una mangiatoia tra un bue e un asinello. Il Figlio di Dio è “disceso” dal cielo, è nato per noi, si è fatto uno di … Continua a leggere

08 – I PERSONAGGI DEL MIO PRESEPE: San Francesco – I Re Magi – I pastori – Benino – I Suonatori

San Francesco

 

Nel mio presepe non poteva mancare la figura dell’ideatore del presepe. Probabilmente senza la sua idea oggi non staremmo qui neppure a parlarne. 

Lo rappresento al di sopra di tutto, posizionandolo nel punto più alto del presepe con le braccia aperte, come a benedire il mio presepe.

porziuncola.JPG

147-4787_IMG.JPG

E’ un tributo a colui che ha cantato le laudi della natura e che con la semplicità e con l’umiltà è diventato uno strumento della misericordia. Accanto a lui la chiesetta della Porziuncola.

 

  

I Re Magi:
Sono i nobili del presepe e sono rappresentati sui tre rispettivi cammelli dal colore bianco, rosso o baio, e nero.

I re magi: Rappresentano il viaggio notturno della stella cometa che si congiunge con la nascita del nuovo “sole-bambino”. In questo senso va interpretata la tradizione cristiana secondo la quale essi si mossero da oriente, che è il punto di partenza del sole, come è chiaro anche dall’immagine del crepuscolo che si scorge tra le volte degli edifici arabi. Tale cromatismo simboleggia l’iter quotidiano del sole: bianco per l’aurora, rosso o baio per il mezzogiorno, e nero per la sera e la notte. I Re Magi, rappresentano il viaggio notturno dell’astro, che termina lí dove si congiunge con la nascita del nuovo sole bambino.

In origine rappresentati in groppa a tre diversi animali, il cavallo, il dromedario e l’elefante che rappresentano rispettivamente l’Europa, l’Africa e l’Asia.

 

magi 2.jpg

 

La parola magi è il plurale di mago, ma per evitare ambiguità si usa dire magio. Si trattava di sapienti con poteri regali e sacerdotali.

Il Vangelo non parla del loro numero, che la tradizione ha fissato a tre, in base ai loro doni, oro, incenso, mirra, cui è stato poi assegnato un significato simbolico. Le soluzioni estetiche adottate per il posizionamento dei Magi sulla scena sono molteplici, spesso originali ma tutte artisticamente valide
D’altra parte, in senso solare va interpretata la tradizione cristiana secondo la quale essi si mossero da oriente, che è il punto di partenza del sole.
La simbologia solare dei Re Magi era chiaramente espressa in passato, quando al loro corteo si aggiungeva una figura femminile detta “LA RE MÀGIA”, evidente rappresentazione della luna che segue il viaggio notturno dei tre sovrani. Essa veniva raffigurata in portantina sorretta da quattro schiavi, e, secondo la tradizione, rappresentava la fidanzata fedele del Re moro (altra simbologia della notte).

Le statuine che rappresentano Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, inizialmente le colloco molto lontano dal luogo della natività, poiché il loro viaggio sarà lungo e pieno di insidie e  sono aggiunte davanti alla capanna o alla grotta, tradizionalmente solo la notte precedente l’Epifania (cioè poche ore prima della rimozione del presepe).

Sono rappresentati con abiti ricchi e reggono i tre doni. Secondo alcune interpretazioni rappresenterebbero i continenti conosciuti all’epoca e quindi sono spesso caratterizzati da differenze di carnagione.

 

magi.jpg

 

Secondo la tradizione, Melchiorre viene rappresentato come anziano, con la barba lunga e portante incenso, a ricordo della divinità di Gesù, e proverrebbe dall’Asia. Gaspare, più giovane, trasporta il simbolo della regalità, ossia l’oro, e rappresenta l’Europa; infine Baldassarre è il mago dell’Africa, naturalmente di colore scuro, recante la mirra, utilizzata per l’imbalsamazione e dunque a ricordo della futura morte di Cristo.

 

I PASTORI.

Costituiscono la classe sociale più povera e sono i primi personaggi, secondo le Sacre Scritture, ad adorare il Bambino.

Rappresentano un gruppo molto variegato e sono ritratti in diversi momenti della loro giornata. Non c’è limite al loro numero. Il numero però può variare da uno o due nelle rappresentazioni più elementari a qualche decina; vengono solitamente posti davanti alla capanna o alla grotta oppure percorrono i sentieri che conducono alla luogo dove è collocata la natività.

pastori.jpg

Tra i tanti gruppi di pastori è frequente trovarsi di fronte un gruppo di due o tre pastori che conducono al pascolo un gregge di 12 pecore, a simboleggiare appunto il ciclo dei mesi dell’anno.

In questo gruppo ho inserito tra gli altri un giovane pastore con un agnello sulle spalle, il riferimento è al Gesù Buon Pastore, venerato all’interno della Catacombe romane di San Callisto

 pastori 2.jpg

Benino:

E’ uno dei personaggi più importanti e di primaria importanza del mio presepe. Questa figura è un riferimento a quanto affermato nelle Sacre Scritture: “E gli angeli diedero l’annunzio ai pastori dormienti”. Il risveglio è considerato inoltre come rinascita.

Benino è un giovane pastorello, raffigurato nell’atto di dormire, rappresenta tutta l’umanità che dorme, che non si rende conto, che mentre dorme si sta avverando qualcosa di straordinario, le antiche profezie si stanno attuando, nasce in Re dei re, una Vergine dà alla luce un bambino, che cambierà il mondo.

 

Benino.jpg


Benino,  nella tradizione napoletana, è anche colui che sogna il presepe. Collocato in prossimità della natività, simboleggia il cammino esoterico verso la grotta, il percorso in discesa attraverso il sogno, il viaggio compiuto da un giovinetto, da un bambino.

In base a questa raffigurazione il senso del Natale è comprensibile solo mediante un viaggio onirico, effettuato con la guida di un animo visionario, che sprofonda nel mondo interiore della conoscenza. Alla fine del viaggio, superate le paure e le varie tappe, questo personaggio, si trova dinanzi alla grotta della Natività o meglio della Nascita, o della ri-Nascita

Benino può identificarsi quindi come il cosiddetto PASTORE DELLA MERAVIGLIA, che, accecato dalla rivelazione, posseduto dionisiacamente dalla luce stessa, non trova parole per esprimerla. Egli si abbandona al primigenio gesto di spalancare la bocca per gridare il suono muto e ineffabile della meraviglia al cospetto del meraviglioso.
Come a dire: chi ha orecchie per sentire, senta.

 

07 – I PERSONAGGI DEL MIO PRESEPE: la Sacra famiglia – Gli Angeli – L’Annunciazione

I personaggi della Sacra Famiglia sono l’elemento cardine del mio presepe.

I tre protagonisti sono Gesù Bambino, posto nella mangiatoia la notte di Natale. Nel mio presepe la mangiatoia è dondolante, praticamente una culla

natività 1.JPG

 

Accanto a lui si trova Maria, a fianco della mangiatoia, che dondola la cullamangiatoia, è rappresentata con abiti blu o azzurri. Fino al XIV secolo veniva rappresentata sdraiata accanto al figlio, mentre nei secoli più recenti l’iconografia l’ha sempre figurata in ginocchio o adorante. Nel mio presepe Maria è rappresentata in atteggiamento molto materno.

Ho raffigurato San Giuseppe in piedi, è solitamente simile per abbigliamento e fisionomia ai pastori, i suoi vestiti sono o gialli o marroni, è situato a lato di Gesùbambino e reca una lanterna nella mano destra, mentre con la mano sinistra  impugna un bastone con l’impugnatura ricurva, adornato da germogli bianchi, a richiamare la profezia di Isaia.

Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse

 

 

Isaia 11,1- 4a: «Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore. Si compiacerà del timore del Signore. Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire; ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese»

 

sacra famiglia.jpg

 

 

 

 

 

Gli Angeli

 

 Avvisano i pastori della nascita di Gesù. Non esiste alcun limite al loro numero.

gloria 1.JPG

 

gloria 2.JPG

Sulla grotta o la capanna o la scena della natività, ovunque essa sia rappresentata o ambientata, troneggia la “gloria degli angeli”, cioè un gruppo di 10 – 15 angeli, che animati da un motorino,  cantano la gloria del Signore

 

 

 

La casa dell’Annunciazione

La casa di Maria a Nazareth, teatro della scena dell’Annunciazione l’ho ambientata rispettando i canoni dell’iconografia pittorica rinascimentale con porticato antistante e colonne, che hanno significato di collegamento tra terra e cielo, delimitato lo spazio scenico principale, apro sull’interno lasciando intravedere uno scorcio domestico, segno dell’umiltà di Maria: una stanza dalle pareti chiare alle quali sono addossati dei mobili, in particolare una credenza, un caminetto domestico, tavolo e sedie, corredata da tutta una vasta gamma di masserizie, la stanza è illuminata da un’ampia finestra con ricca vetrata colorata, raffigurante una stella dalla quale partono rei raggi luminosi che illuminano un giglio.

L’Annunciazione

annunciazione 1.JPG

La data esatta in cui avvenne l’Annunciazione è ignota, come pure quella della nascita di Gesù. Poiché la dottrina cristiana fa coincidere l’Annunciazione con il momento del concepimento miracoloso di Gesù, allora la sua data è fissata nove mesi esatti prima della sua nascita (Natale), ed ambedue le festività sono state poste in corrispondenza d’un momento rilevante dal punto di vista dell’astronomia del nostro pianeta: rispettivamente l’equinozio di primavera e il solstizio invernale. Infatti addossato alla parete vi è un calendario, che pone in bella vista proprio la data del 25 di marzo.

L’arcangelo Gabriele avvisa Maria che partorirà un bambino e lo chiamerà Gesù.

 

E venne un angelo… e venne una colomba

 

La mia scena dell’annunciazione è ambientata all’interno della casa di Maria. Da un ampia porta centrale appare l’angelo Gabriele, all’apparire dell’angelo tutto s’illumina, s’illumina l’angelo e la finestra con la vetrata colorata, la luce emanata sia dall’angelo che dalla finestra, irradiano il viso e il grembo della Vergine. Maria è presentata in posizione insolita, con una veste dimessa, sorpresa ma anche impaurita dalla notizia.

annunciazione 6.jpg

 

Non tutti sanno che il motivo dell’angelo che annuncia la notizia a Maria e la discesa dello Spirito Santo sotto forma di colomba, che discende direttamente da Dio e giunge a Maria.

In alcuni casi i raggi divini su cui scorre la colomba, come su binari, giungono direttamente al ventre di Maria, in altri sono diretti all’orecchio della Vergine, ad indicare il concepimento virginale di Maria attraverso la parola del Signore.

Su un tavolino adiacente la finestra e la figura della Madonna c’è un vaso di gigli, a ricordare la purezza della Vergine.

La tradizione teologica suddivide il colloquio tra l’Angelo e la Vergine in 5 momenti successivi, corrispondenti ai diversi stati d’animo di Maria:

inizialmente Maria è turbata (Conturbatione) non tanto per l’apparizione dell’angelo (sulla scorta dei vangeli apocrifi i vari commentatori sono soliti sottolineare come lei fosse abituata alle apparizioni angeliche) quanto per il saluto in sé, che non comprende. Dopo aver ascoltato l’annuncio, Maria ci pensa un po’ sopra (Cogitatione) e rimanendo perplessa chiede all’angelo (Interrogatione) come questo possa avvenire visto che non conosce uomo. Alla risposta dell’angelo subentra l’accettazione dell’annuncio da parte di Maria, che si definisce serva di Dio (Humiliatione). L’episodio si conclude dopo la partenza dell’angelo con il momento del concepimento vero e proprio, che corrisponde per Maria allo stato d’animo della grazia (Meritazione).

Qui Maria è ritratta in Humiliatione: dopo “le spiegazioni” dell’arcangelo Gabriele, accetta l’annuncio e, colta nell’atteggiamento di dire qualcosa, si definisce appunto serva, mentre Gabriele ha tutta l’aria di starla a sentire (le mani di Maria sono incrociate sul petto indicano l’accoglimento, le mani dell’angelo invece sono, una sul petto, l’altra reca in mano un giglio.

 

La  verginità di Maria.

Già nell’Antico Testamento Dio si era rivolto a coppie di anziani (due fra tutte: Abramo e Sara, Zaccaria ed Elisabetta) donando loro, miracolosamente, un figlio, un futuro. Ora, nella “pienezza dei tempi”, Dio si rivolge ad una “vergine” e porta in dono non un figlio, ma Lui stesso si dona a lei facendosi suo figlio. E il Figlio di Dio è il futuro assoluto della storia che supera infinitamente ogni attesa dell’uomo. La verginità di Maria ci ricorda che ciò che nasce da lei è puro dono di Dio, grazia infinita e inaudita. Ma la verginità di Maria è anche simbolo della povertà radicale della creatura: solo questa povertà è capace di contenere l’assoluto di Dio. La verginità di Maria è l’espressione della sua fede. E quando la grazia divina incontra la fede dell’uomo si rinnova il miracolo dell’incarnazione e Dio torna nelle vicende della storia umana.

 

annunciazione 3.JPG
 

Appena fuori la casa dell’annunciazione vi è collocato una grande albero, bello e rigoglioso, che reca molti frutti di colore rosso, è l’Albero della Vita,  l’Albero della conoscenza del Bene e del Male, di Adamo ed Eva, che fa da controscena all’annunciazione e pone Maria come nuova Eva, alludendo all’incarnazione di Cristo e alla sua successiva morte sulla croce in funzione di espiare il “peccato del mondo”.

 

Un libro aperto posto sul mobile vicino il vaso dei fiori ricorda la profezia di Isaia: “Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele”. (Isaia 7,14)

Nella patristica mariana, inoltre, la Vergine è spesso associata all’immagine del libro, definita come Liber Generationis Christi, Liber Dei manu scriptus. É considerata libro mistico, che ha presentato alla conoscenza degli uomini la parola di Dio

 

La nostra casa, la nostra famiglia

Sulle fondamenta di quella che possiamo considerare la prima casa cristiana, cioè la casa di Nazareth, è fondata la nostra casa, la casa della nostra famiglia, composta da quattro persone, padre, madre e due figli, maschio è femmina, perché solo sulla solidità della casa di Cristo la famiglia può vivere e sopravvivere cristianamente. La casa di Maria è costruita sulla roccia e su di essa è costruita la nostra casa.

La casa costruita sulla roccia (Mt 7, 21-27) è il luogo della protezione, della sicurezza, del riposo, degli affetti, della serenità, dell’amore, È inoltre cosa nota che costruire sulla roccia è molto più faticoso che costruire sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia.

 

annunciazione 4.JPG

 
 
 

Cagnolino

Appena fuori dalla casa di Maria, sull’uscio della porta quasi a guardia della casa, si trova seduto un cagnolino. Sta a simboleggiare la fedeltà della Madonna a Dio

06 – I significati del presepe

Il presepe napoletano può essere analizzato in base a diversi approcci:

In rapporto al mito: il presepe, infatti, costituirebbe il relitto culturale di miti e riti, di cui si è persa la memoria;

In rapporto al simbolo: nel presepe sarebbero, infatti, presenti significati, valori, magari di tipo transculturale, sotto forma simbolica e allegorica;


In rapporto alla tradizione: nel presepe sarebbero presenti temi, motivi, credenze, forme dell’ “imagerie popolare”.

Il presepe napoletano, per la complessità e varietà delle sue forme e delle sue apparenze, in quel succedersi e intrecciarsi irrefrenabile di natura e di mito, di realtà e di fantasia, viene a configurarsi come quanto di più sregolato e innaturale si potesse produrre nella Napoli del tempo

 

LA NATIVITA

 

Nel calendario Giuliano, il 25 dicembre, riconosciuto come il solstizio d’inverno, era considerato come la nascita del sole, perché, a partire da quella data, i giorni cominciano ad allungarsi e la potenza del sole ad aumentare.

 

Gli Egiziani rappresentavano il sole appena nato con l’immagine di un infante. La Vergine, che aveva dato alla luce il bambino divino, il 25 dicembre, era la grande dea orientale, che i Semiti chiamavano Vergine Celeste o, semplicemente, Dea Celeste.
Anche la nascita di Mitra, identificato col sole, il Sole Invincibile, aveva luogo il 25 dicembre. Moltissime mitologie eroiche hanno una struttura solare.
L’eroe è paragonato al sole; con il sole lotta contro le tenebre e discende nel regno dei morti, uscendone vittorioso.
Il sole è l’intelligenza del mondo e Macrobio identifica il sole in tutti gli dei del mondo greco-orientale, da Apollo a Giove, fino ad Osiris, Orus e Adone.
I Vangeli non ci dicono nulla sul giorno della nascita di Cristo e anche la Chiesa primitiva non la celebrava. Inizialmente, fin quando all’inizio del IV secolo non fu stabilito che tale data fosse il 25 dicembre, la chiesa celebrava la nascita del Salvatore il 6 gennaio.
I Padri della Chiesa, costatando l’uso di accendere fuochi e festeggiare il 25 dicembre, per celebrare la nascita del sole, usanza a cui partecipavano anche i cristiani, tennero consiglio e decisero che la vera Natività dovesse essere solennizzata in quel giorno e la festa dell’Epifania il 6 gennaio. Sant’Agostino fa un’allusione all’origine pagana del Natale, allorché esorta i fratelli cristiani a non celebrare, in quel solenne giorno, il sole, come facevano i pagani, ma a celebrare Colui che creò il sole.


Il Natale è la nascita per eccellenza, nascita splendente e miracolosa quasi in contrapposizione alla natura che, in questo periodo è addormentata, avvolta dal freddo e pervasa dalle tenebre che, finalmente, vengono squarciate dalla nascita di un umile Bambino, un piccolo sole che sconfigge il buio e fa trionfare la vita sulla morte

05 – La storia del presepe

La parola “presepio” deriva dal latino PRAESEPIUM e significa “mangiatoia” con una chiara allusione al posto dove nacque Gesù.

Oggi il presepio non è altro che la rappresentazione, attraverso statuine e modellini, della nascita di Gesù.      

 

 

Prima di San Francesco.     

 

La tradizione vuole che la sua origine sia stata segnata da un presepio vivente realizzato in una grotta del monte Falterone (Greccio – Rieti) nel Natale del 1233 da San Francesco d’ Assisi, per rievocare la natività dopo un suo viaggio a Betlemme.

                                 
Si trattò del primo presepe vivente e la tradizione si è perpetuata nei secoli arrivando fino ai giorni nostri.

La raffigurazione della natività ha però origini ben più remote, infatti i primi cristiani usavano scolpire o dipingere le scene della nascita di Cristo nei loro punti di incontro (ad es. le Catacombe romane); poi quando il Cristianesimo potè essere professato fuori dalla clandestinità, tale usanza continuò e scene con Giuseppe, Maria e il Bambino andarono ad arricchire le pareti delle prime chiese.

 

Si trattava di graffiti, rilievi e affreschi: per vedere le prime statue dobbiamo attendere la fine del 1200 e per lungo tempo ancora tale tradizione è rimasta prerogativa delle chiese e delle comunità religiose.                                               

Ma per vedere il presepe in tutte le case dobbiamo attendere fino al 1700: è Napoli (allora facente parte dei domini borbonici e al centro di fitti scambi commerciali con la Spagna ed il resto d’Europa) ad essere considerata la culla della diffusione dell’attuale presepio.

 

 

 

Vari tipi di presepi.

 

Il tradizionale presepe napoletano era ed è costituito da statuine con un’anima in ferro imbottita, la loro testa è in terracotta ed i vestiti sono in stoffa. Prendendo spunto e ispirazione da qui dunque, ogni popolo, ogni artista hanno utilizzato i materiali più disparati, più congeniali o più facilmente reperibili.

 

Basti pensare che nella stessa Italia incontriamo tantissime tipologie di presepio: da quello napoletano alla cartapesta leccese, alla terracotta in altre zone della Puglia, alla cartapesta e al gesso della Toscana, al legno del Trentino solo per citarne alcune une.

 

Per non parlare poi dell’ambientazione che solitamente rispecchia il territorio e la cultura di chi li realizza, o meglio un mix tra questo e quanto si legge nei Vangeli, soprattutto nei cosiddetti vangeli apocrifi.

 

Per intuire l’importanza dell’ambientazione e della scenografia basti guardare in ogni casa, in ogni presepio la trasformazione che ha interessato la rappresentazione della nascita di Gesù…. la natività risulta ormai sommersa da una serie infinita di personaggi e figure… pastori, suonatori, venditori e venditrici, viandanti…

   

                 
Il più antico presepio d’Italia si trova sotto la Cappella Sistina in Santa Maria Maggiore a Roma, modellato nel 1280 circa.  

 

 

 

Critica.

 

Sono gli evangelisti Luca e Matteo i primi a descrivere la Natività.

Nei loro brani c’è già tutta la sacra rappresentazione che a partire dal medioevo prenderà il nome latino di praesepium ovvero recinto chiuso, mangiatoia.

 

Si narra infatti della umile nascita di Gesù, come riporta Luca, “in una mangiatoia perché non c’era per essi posto nell’albergo” (Ev., 2,7); dell’annunzio dato ai pastori; dei magi venuti da oriente seguendo la stella per adorare il Bambino che i prodigi del cielo annunciano già re.

 

Questo avvenimento così familiare e umano se da un lato colpisce la fantasia dei paleocristiani rendendo loro meno oscuro il mistero di un Dio che si fa uomo, dall’altro li sollecita a rimarcare gli aspetti trascendenti quali la divinità dell’infante e la verginità di Maria.

Così si spiegano le effigi parietali del III secolo nel cimitero di S. Agnese e nelle catacombe di Pietro e Marcellino e di Domitilla in Roma che ci mostrano una Natività e l’adorazione dei Magi, ai quali il vangelo apocrifo armeno assegna i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, ma soprattutto si caricano di significati allegorici i personaggi dei quali si va arricchendo l’originale iconografia: il bue e l’asino, aggiunti da Origene, interprete delle profezie di Abacuc e Isaia, divengono simboli del popolo ebreo e dei pagani.

i Magi il cui numero di tre, fissato da S. Leone Magno, ne permette una duplice interpretazione, quali rappresentanti delle tre età dell’uomo: gioventù, maturità e vecchiaia e delle tre razze in cui si divide l’umanità: la semita, la giapetica e la camita secondo il racconto biblico; gli angeli, esempi di creature superiori; i pastori come l’umanità da redimere e infine Maria e Giuseppe rappresentati a partire dal XIII secolo, in atteggiamento di adorazione proprio per sottolineare la regalità dell’infante.

Anche i doni dei Magi sono interpretati con riferimento alla duplice natura di Gesù e alla sua regalità: l’incenso, per la sua Divinità, la mirra, per il suo essere uomo, l’oro perché dono riservato ai re.

 

 

Il presepe nell’arte.

 

A partire dal IV secolo la Natività diviene uno dei temi dominanti dell’arte religiosa e in questa produzione spiccano per valore artistico: la natività e l’adorazione dei magi del dittico a cinque parti in avorio e pietre preziose del V secolo che si ammira nel Duomo di Milano e i mosaici della Cappella Palatina a Palermo, del Battistero di S. Maria a Venezia e delle Basiliche di S. Maria Maggiore e S. Maria in Trastevere a Roma.

In queste opere dove si fa evidente l’influsso orientale, l’ambiente descritto èIl presepio come lo vediamo realizzare ancor oggi ha origine, secondo la tradizione, dal desiderio di San Francesco di far rivivere in uno sce la grotta, che in quei tempi si utilizzava per il ricovero degli animali, con gli angeli annuncianti mentre Maria e Giuseppe sono raffigurati in atteggiamento ieratico simili a divinità o, in antitesi, come soggetti secondari quasi estranei all’evento rappresentato.

Dal secolo XIV la Natività è affidata all’estro figurativo degli artisti più famosi che si cimentano in affreschi, pitture, sculture, ceramiche, argenti, avori e vetrate che impreziosiscono le chiese e le dimore della nobiltà o di facoltosi committenti dell’intera Europa, valgano per tutti i nomi di Giotto, Filippo Lippi, Piero della Francesca, il Perugino, Dürer, Rembrandt, Poussin, Zurbaran, Murillo, Correggio, Rubens e tanti altri.

 

 

A Greggio.

 

Il presepio come lo vediamo realizzare ancor oggi ha origine, secondo la tradizione, dal desiderio di San Francesco, di far rivivere in uno scenario naturale la nascita di Betlemme, con personaggi reali, pastori, contadini, frati e nobili tutti coinvolti nella rievocazione che ebbe luogo a Greccio la notte di Natale del 1223; episodio poi magistralmente dipinto da Giotto nell’affresco della Basilica Superiore di Assisi.

 

 

Storia del presepe in Italia.

 

Primo esempio di presepe inanimato, a noi pervenuto, è invece quello che Arnolfo di Cambio scolpirà nel legno nel 1280 e del quale oggi si conservano le statue residue nella cripta della Cappella Sistina di S. Maria Maggiore in Roma.

Da allora e fino alla metà del 1400 gli artisti modellano statue di legno o terracotta che sistemano davanti a un fondale pitturato riproducente un paesaggio che fa da sfondo alla scena della Natività; il presepe è esposto all’interno delle chiese nel periodo natalizio.

Culla di tale attività artistica fu la Toscana ma ben presto il presepe si diffuse nel regno di Napoli ad opera di Carlo III di Borbone e nel resto degli Stati italiani.

Nel ‘600 e ‘700 gli artisti napoletani danno alla sacra rappresentazione un’impronta naturalistica inserendo la Natività nel paesaggio campano ricostruito in scorci di vita che vedono personaggi della nobiltà, della borghesia e del popolo rappresentati nelle loro occupazioni giornaliere o nei momenti di svago: nelle taverne a banchettare o impegnati in balli e serenate.

Ulteriore novità è la trasformazione delle statue in manichini di legno con arti in fil di ferro, per dare l’impressione del movimento, abbigliati con indumenti propri dell’epoca e muniti degli strumenti di svago o di lavoro tipici dei mestieri esercitati e tutti riprodotti con esattezza anche nei minimi particolari.

Questo per dare verosimiglianza alla scena delimitata da costruzioni riproducenti luoghi tipici del paesaggio cittadino o campestre: mercati, taverne, abitazioni, casali, rovine di antichi templi pagani.

A tali fastose composizioni davano il loro contributo artigiani vari e lavoranti delle stesse corti regie o la nobiltà, come attestano gli splendidi abiti ricamati che indossano i Re Magi o altri personaggi di spicco, spesso tessuti negli opifici reali di S. Leucio.

In questo periodo si distinguono anche gli artisti liguri in particolare a Genova, e quelli siciliani che, in genere, si ispirano sia per la tecnica che per il realismo scenico, alla tradizione napoletana con alcune eccezioni come ad esempio l’uso della cera a Palermo e Siracusa o le terracotte dipinte a freddo di Savona e Albisola.

Sempre nel ‘700 si diffonde il presepio meccanico o di movimento che ha un illustre predecessore in quello costruito da Hans Schlottheim nel 1588 per Cristiano I di Sassonia.

La diffusione a livello popolare si realizza pienamente nel ‘800 quando ogni famiglia in occasione del Natale costruisce un presepe in casa riproducendo la Natività secondo i canoni tradizionali con materiali – statuine in gesso o terracotta, carta pesta e altro – forniti da un fiorente artigianato.

In questo secolo si caratterizza l’arte presepiale della Puglia, specialmente a Lecce, per l’uso innovativo della cartapesta, policroma o trattata a fuoco, drappeggiata su uno scheletro di fil di ferro e stoppa.

A Roma le famiglie importanti per censo e ricchezza gareggiavano tra loro nel farsi costruire i presepi più imponenti, ambientati nella stessa città o nella campagna romana, che permettevano di visitare ai concittadini e ai turisti.

Famosi quello della famiglia Forti posto sulla sommità della Torre degli Anguillara, o della famiglia Buttarelli in via De’ Genovesi riproducente Greccio e il presepe di S. Francesco o quello di Padre Bonelli nel Portico della Chiesa dei Santi XII Apostoli, parzialmente meccanico con la ricostruzione del lago di Tiberiade solcato dalle barche e delle città di Gerusalemme e Betlemme.

Oggi dopo l’affievolirsi della tradizione negli anni ’60 e ’70, causata anche dall’introduzione dell’albero di Natale, il presepe è tornato a fiorire grazie all’impegno di religiosi e privati che con associazioni come quelle degli Amici del Presepe, Musei tipo il Brembo di Dalmine di Bergamo, Mostre, tipica quella dei 100 Presepi nelle Sale del Bramante di Roma; dell’Arena di Verona, rappresentazioni dal vivo come quelle della rievocazione del primo presepio di S. Francesco a Greccio e i presepi viventi di Rivisondoli in Abruzzo o Revine nel Veneto e soprattutto la produzione di artigiani presepisti, napoletani e siciliani in special modo, eredi delle scuole presepiali del passato, hanno ricondotto nelle case e nelle piazze d’Italia la Natività e tutti i personaggi della simbologia cristiana del presepe.

 

04 – Simbologia e origine delle ambientazioni

Il presepe è una rappresentazione ricca di simboli. Alcuni di questi provengono direttamente dal racconto evangelico. Sono riconducibili al racconto di Luca la mangiatoia, l’adorazione dei pastori e la presenza di angeli nel cielo.

Altri elementi appartengono ad una iconografia propria dell’arte sacra: Maria ha un manto azzurro che simboleggia il cielo, San Giuseppe ha in genere un manto dai toni dimessi a rappresentare l’umiltà.

Dato che i Vangeli canonici parlano della natività in modo molto vago tralasciando molti particolari scenografici nei personaggi e nelle ambientazioni, il presepe attinge largamente anche ai Vangeli apocrifi e da arcane tradizioni dimenticate.
Tanto per citarne alcuni, il bue a l’asinello, simboli immancabili di ogni presepe, derivano da un’antica
profezia di Isaia che dice “Il bue ha riconosciuto il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone”. Sebbene Isaia non si riferisse assolutamente alla nascita del Cristo, l’immagine dei due animali venne utilizzata comunque come simbolo degli ebrei (rappresentati dal bue) e dei pagani (rappresentati dall’asino).Oppure ha origine dal cosiddetto protovangelo di Giacomo.

Anche la stalla o la grotta in cui Maria e Giuseppe avrebbero dato alla luce il Messia non compare nei Vangeli canonici: sebbene Luca citi i pastori e la mangiatoia, nessuno dei quattro evangelisti parla esplicitamente di una grotta o di una stalla. In ogni caso a Gerusalemme la Basilica della Natività sorge intorno a quella che è indicata dalla tradizione come la grotta ove nacque Cristo e anche quest’informazione si trova nei Vangeli apocrifi. Tuttavia, l’immagine della grotta è un ricorrente simbolo mistico e religioso per molti popoli soprattutto del settore mediorientale: del resto si credeva che anche Mitra, una divinità persiana venerata anche tra i soldati romani, fosse nato in una grotta il 25 dicembre.

I Re Magi, invece, derivano dal Vangelo dell’infanzia armeno. In particolare, questo vangelo colma le lacune che invece Matteo non risolve, ovvero il numero e il nome di questi sapienti orientali: il vangelo in questione fa i nomi di tre sacerdoti persiani: Melkon, Gaspar e Balthasar, anche se non manca chi vede in essi un persiano (recante in dono oro), un arabo meridionale (recante l’incenso) e un etiope (recante la mirra).
Così i re magi entrarono nel presepe, sia incarnando le ambientazioni esotiche sia come simbolo delle tre popolazioni del mondo allora conosciuto, ovvero
Europa, Asia e Africa.Anche il numero dei Magi fu piuttosto controverso. Fu definitivamente stabilito in tre, come i doni da loro offerti, da un decreto papale di Leone I Magno , mentre prima di allora oscillava fra due e dodici.

Tuttavia, alcuni aspetti derivano da tradizioni molto più recenti. Il presepe napoletano, per esempio, aggiunge alla scena molti personaggi popolari, osterie, commercianti e case tipiche dei borghi agricoli, tutti elementi palesemente anacronistici. Questa è comunque una caratteristica di tutta l’arte sacra, che, almeno fino al XX secolo, ha sempre rappresentato gli episodi della vita di Cristo con costumi ed ambientazioni contemporanee all’epoca di realizzazione dell’opera.

Anche questi personaggi sono spesso funzionali alla simbologia. Ad esempio il male è rappresentato nell’osteria e nei suoi avventori, mentre il personaggio di Ciccibacco, che porta il vino in un carretto con le botti, impersona il Diavolo.

 

 

 

1995 – Gesù nasce ogni giorno nel nostro cuore.

Galleria

This gallery contains 1 photo.

Gesù nasce ogni giorno nel nostro cuore. Nel mezzo del nostro cuore nasce Gesù. Dalla sua mangiatoia parte una garnde gradinata che permette di comunicare al mondo intero il messaggio divino. A tutto ciò fa da cornice la coda della stella cometa. Presepe allestito presso il reparto di Cardiologia-UTIC dell’o spedale di venosa

1994 – La casa di Dio

Galleria

This gallery contains 3 photos.

Una casa per il re del del nostro cuore. Il nostro unico re è Cristo. Lui che è nato in una stalla, ma avrebbe dovuto nascere in una casa, nella casa del nostro cuore. Quale location sarebbe stata meglio di una cattedrale gotica, tra vetrate colorate e profumo d’incenso. Presepe eseguito con bende gessate in quanto allestito in un reparto … Continua a leggere

1993 – Un castello per il re del mondo

Galleria

This gallery contains 2 photos.

Un castello per il re del mondo. Il nostro unico re è Cristo. Lui che è nato in una stalla, ma avrebbe dovuto nascere in un castello. Quale location sarebbe stata meglio del castello di Disneiland. Presepe eseguito con bende gessate in quanto allestito in un reparto di ortopedia, frequentato da molti bambini, dell’Ospedale ortopedico di Pescopagano

1985 – natale di Riconciliazione

Galleria

This gallery contains 1 photo.

La Riconciliazione è un dono di Dio fatto agli uomini tramite Gesù Cristo. Gesù è il vero albero di vita, la radice, il fondamento della nostra esistenza. Noi siamo i rami, uniti al tronco siamo riconciliati con Dio e con i fratelli. La Riconciliazione è il frutto di questo albero. Parrocchia Concattedrale-San Domenico – Venosa

1984 – Alleanza di Dio con il suo popolo

Galleria

This gallery contains 1 photo.

Dio ha fatto un’Alleanza con il suo popolo. Dalla creazione di Adamo ed Eva, attraverso le profezie, la venuta di Gesù sulla terra, il suo sacrificio sulla croce, fino alla sua resurrezione. L’arcobaleno è il simbolo dell’Alleanza di Dio con Noè; di Dio con gli uomini. Tutto parte dalla creazione dell’Uomo, seguendo le Sacre Sritture fino a raggiungere e a … Continua a leggere

03 – Il vagito di Dio: un bimbo cambia la storia.

L’inventore dell’universo si fa piccolo ed ricomincia tutto da Betlemme

A Natale ha fine l’esodo di Dio, il Suo eterno viaggio in cerca dell’uomo. E ha inizio per l’uomo l’infinita possibilità di diventare Verbo e Figlio di Dio.

Natale è l’inizio del capovolgimento totale, di un nuovo ordinamento di tutte le cose. Non è facile il Natale, non è un quadretto idilliaco, inizia la conversione della storia.

E’ da qui, dove l’infinitamente grande si fa infinitamente piccolo, che i cristiani cominciano a contare gli anni, a raccontare la storia. Questo è il nodo vivo del tempo. Attorno ad esso danzano i secoli, tutto cambia.

Solo due vangeli raccontano la nascita di Gesù: Matteo gli dedica 48 versetti, Luca si diffonde in una narrazione 3 volte più lunga 132 versetti. Mentre Matteo incentra il racconto attorno alla figura di Giuseppe, l’uomo dei sogni, in un’atmosfera drammatica innervata da riferimenti diretti all’Antico Testamento, Luca, in capitoli pieni di ali d’angeli, in un’ambientazione serena, dà il massimo rilievo al ruolo di Maria e introduce l’inedito: una donna che parla con Dio e con gli angeli come un profeta o un patriarca. E per la prima volta nel dialogo con il cielo è a una creatura della terra che spetta l’ultima parola:  

 3840.jpg

Io ti ho detto si.

Ti porto come si porta un bambino,

fatta pesante di vita.

Entra ancora più profondamente in me,

Signore,

vieni,

aprimi il cuore,

fai spazio,

fammi tenera argilla nelle tue mani,

affonda le mani nel folto delle fibre del mio cuore

nei muscoli, nella carne…

 

Il modo che Dio ha ideato per incarnarsi esalta la bellezza del corpo, canta il valore della carne, benedetta, assunta, amata: dolce carne fatta cielo. Non dentro la carne è venuto, ma carne lui stesso, in ogni fibra Dio. Non è disconoscendola che noi diventeremo più spirituali. 

The_Nativity_story.jpg

Ci fu un censimento in tutto l’impero

Luca ci presenta la nascita di Gesù fondendo insieme l’umile concretezza dei particolari e il respiro della grande storia, la cronaca di una notte senza data e dei grandi calendari degli imperi.

 

La prima condizione storica è il censimento: la grande macchina imperiale ha preteso questo rigoroso controllo su tutti, probabilmente per aggiornare l’anagrafe tributaria. Qualcosa di minaccioso presiede alla nascita del Salvatore: “ Anche la tua vita mi serve per alimentare le tasse dello Stato”. Ed ecco che, dentro la durezza di questo meccanismo quando l’uomo è semplicemente ridotto a numero e quantità, gli si produce la nascita dell’uomo nuovo.

Un impero brutale nel confronto dei deboli salva dall’anonimato tre poveri: Maria, Giuseppe e un bambino. Quasi che la pressione dei poteri oscuri della storia costringesse Dio a rivelare la luce.

 

3272.jpg

 

Lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia

Una mangiatoia, il posto del cibo, in Betlemme, che in ebraico significa casa-del-pane: questo Bambino deposto nella madia più umile, è davvero il cibo per ogni creatura. Il pane è un segno bellissimo e terribile. Ti fa vivere e si annulla per te; ti nutre fino a farti partecipe di te stesso e si distrugge. Dio non chiede più sacrifici, è Lui che sacrifica se stesso. L’amore non protegge, espone disarma. Dio si espone per noi in un piccolo d’uomo, in una mangiatoia, in una notte di respiro su respiro.

Nelle icone nella scuola di Novgorod il bambino è collocato in una mangiatoia che ha la forma di un sepolcro: il primo gesto di Maria è profezia dell’ultimo, la deposizione nella tomba. Nei vangeli della natività un anticipo del Vangelo totale dentro il Natale la Pasqua.

Ma perché questo Dio si è incarnato? Scrive Origene: prima ha partorito poi si è incarnato. Ha patito per amore (caritas est passio) vedendo quanto lontano era andato l’uomo: l’amore, anche quello di Dio, è, nella sua bella ambivalenza, passione e patimento. Si è incarnato perché ha fatto piaga nel suo cuore la somma del dolore del mondo (Ungaretti).

 3219.jpg

Pace in terra agli uomini che Dio ama

Una nuvola di canto avvolge i pastori e vanno dove l’angelo aveva detto. E’ così bello che Luca prenda nota di questa sola visita. E’ bello per tutti i poveri, gli ultimi, gli anonimi, i dimenticati. E’ davvero una buona notizia: la storia cambia direzione.

Dio scommette su coloro sui quali la storia non scommette, sceglie la via della periferia. La grande ruota della storia aveva sempre girato in un unico senso: dal basso verso l’alto, dal piccolo verso il grande, dal debole verso il più forte.

Quando Gesù nasce, anzi quando il Figlio di Dio è partorito da una donna, il movimento del meccanismo della storia per un istante si inceppa e poi prende a scorrere  nel senso opposto, nel senso del forte che si fa servo del debole, dell’eterno che cammina fra le età dell’uomo, il fiume di fuoco che si abbrevia in una scintilla, l’infinito nel frammento.

 1087.JPG

A Natale la Parola è un bambino che non sa parlare, Verbum infas

Il Dio che aveva plasmato Adamo con la polvere del suolo ora si fa Lui stesso polvere del nostro suolo. Il vasaio che aveva plasmato l’uomo come un vaso di argilla diventa Lui stesso argilla di un piccolo vaso, luce custodia in un guscio di creta, ruvido di terra e fremente di luce.

Colui che ha riempito il cielo con miliardi di galassie, l’inventore dell’universo, si fa piccolo e ricomincia da Betlemme. Colui che ha separato la luce dalle tenebre è deposto in una greppia per animali.

Ecco il prodigio più grande: Dio di carne, è questa la parola rivoluzionaria, la parola appassionata del Natale. L’impensabile di Dio, la vertigine della storia.

Dio si è fatto uomo, anzi bambino. E per capire di più penso al bambino che cerca il latte della madre e dico: il Verbo si è fatto fame. Penso al bambino che piange e ha bisogno di tutto e dico: il Verbo si è fatto pianto e bisogno di madre.

Poi penso agli abbracci che Gesù ha riserva ai più piccoli e dico: il Verbo si è fatto carezza; al pianto di Gesù davanti alla tomba dell’amico Lazzaro: il Verbo si è fatto lacrime. Penso a quel velo di fango messo sugli occhi del cieco e dico: il Verbo si è fatto polvere e mano e saliva e occhi nuovi. Alla croce: il Verbo si è fatto agnello, carne in cui grida il dolore.

A Natale Dio viene come un bambino: un neonato non può far paura, si affida, vive solo se qualcuno lo ama e si prende cura di Lui. Così le madri fanno vivere i loro figli: li nutrono di latte, di cure e di sogni, ma prima ancora di amore.  Come ogni neonato, Gesù vivrà solo perché amato. Viene Dio, mendicante d’amore.

C’è un bambino in me che a Natale gli parli di Dio e lui lo sente respirare.

Gli dici che è Natale e lui vede un volo di angeli che aprono il cielo.

C’è in me un uomo disilluso, che ha visto il cielo svuotarsi di stelle.

3273.jpg

Ermes Ronchi e Marina Marcolini

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

02 – Il Presepe siamo noi!

Potrebbe essere in qualche modo sintetizzato così il messaggio inviato dal Papa durante l’angelus della 3° domenica di Avvento
Il Papa, ovviamente, ha ricordato l’usanza del presepe lodandone il valore culturale e spirituale.

3270.jpg

“Il presepio e’ una scuola di vita, dove possiamo imparare il segreto della vera gioia che non consiste nell’avere tante cose, ma nel sentirsi amati dal Signore, nel farsi dono per gli altri e nel volersi bene”.
È per me motivo di gioia sapere che nelle vostre famiglie si conserva l’usanza di fare il presepe.
Però non basta ripetere un gesto tradizionale, per quanto importante.
Bisogna cercare di vivere nella realtà di tutti i giorni quello che il presepe rappresenta, cioè l’amore di Cristo, la sua umiltà, la sua povertà.”

“È ciò che fece san Francesco a Greccio: rappresentò dal vivo la scena della Natività, per poterla contemplare e adorare, ma soprattutto per saper meglio mettere in pratica il messaggio del Figlio di Dio, che per amore nostro si è spogliato di tutto e si è fatto piccolo bambino.”
“La benedizione dei “Bambinelli” ci ricorda che il presepio è una scuola di vita, dove possiamo imparare il segreto della vera gioia. Questa non consiste nell’avere tante cose, ma nel sentirsi amati dal Signore, nel farsi dono per gli altri e nel volersi bene. “

Dunque così ci fa tendere la proposta cristiana: non odiologia, vendette, rancori, ma una tensione nel farsi carico della responsabilità di essere noi stessi risorsa, l’uomo è una risorsa, diventa a sua volta dono per gli altri e promuovendo così il bene tra gli uomini.
Guardiamo il presepe: la Madonna e san Giuseppe non sembrano una famiglia molto fortunata; hanno avuto il loro primo figlio in mezzo a grandi disagi; eppure sono pieni di intima gioia, perché si amano, si aiutano, e soprattutto sono certi che nella loro storia è all’opera Dio, il Quale si è fatto presente nel piccolo Gesù. E i pastori? Che motivo avrebbero di rallegrarsi? Quel Neonato non cambierà certo la loro condizione di povertà e di emarginazione.
Ma la fede li aiuta a riconoscere nel “bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”, il “segno” del compiersi delle promesse di Dio per tutti gli uomini “che egli ama” (Lc 2,12.14), anche per loro!
E’ la proposta cristiana, la vera proposta che libera gli uomini dall’oppressione, l’occasione di rallegrarsi, lo dice chiaramente “Che motivo avrebbero di rallegrarsi?
Quel Neonato non cambierà certo la loro condizione di povertà e di emarginazione.
Ma la fede li aiuta …”
La vera gioia si annuncia e noi nell’Avvento abbiamo l’occasione di sentire il suo avvicinamento, la sua promessa.

Già questo è un messaggio importante, in una stagione economica che – paradossalmente – spinta dalla paura della crisi potrebbe rischiare di portarci ad un legame sempre più stretto e negativo con i beni del mondo, dimenticando l’esperienza spiritualmente sostanziale della nostra vita.
Ma il Papa ha sottolineato un fatto ancora diverso: l’esigenza di non fermarci alla dimensione “tradizionale” del presepe e l’esigenza di non dimenticare che i veri personaggi del presepe siamo noi, coloro che possono gioire di una vita in “compagnia” del Signore.
Per questo Benedetto XVI all’Angelus ha lodato oggi le famiglie nelle quali “si conserva l’usanza di fare il presepe”, anche se “non basta ripetere un gesto tradizionale, per quanto importante. Bisogna cercare di vivere nella realta’ di tutti i giorni quello che rappresenta”.
Messaggi importanti che vengono a pochi giorni dal Natale che, ancora una volta, rischia di essere sotterrato dal consumismo, dalla superficialità tradizionalistica, e dalla melensità di un certo sentimento religioso tanto disincarnato quanto – alla fin fine – inutile.
“Cari fratelli e sorelle!
In questa domenica, secondo una bella tradizione, i bambini vengono a far benedire dal Papa le statuine di Gesù Bambino, che porranno nei loro presepi. E, infatti, vedo qui in Piazza San Pietro tanti bambini e ragazzi, insieme con i genitori, gli insegnanti e i catechisti.”

3268.jpg
Le parole del Papa rendono bene il senso della gioia cristiana e della tradizione, che inequivocabile è percepibile nella sua bellezza
Una “bella tradizione”, mi pare che sia chiaro. Una tradizione che non va perduta, essendo occasione “positiva” e proprio per questo va conservata senza banalizzarla.
“Carissimi, vi saluto tutti con grande affetto e vi ringrazio di essere venuti.

“Ecco, cari amici, in che cosa consiste la vera gioia: è il sentire che la nostra esistenza personale e comunitaria viene visitata e riempita da un mistero grande, il mistero dell’amore di Dio.
Per gioire abbiamo bisogno non solo di cose, ma di amore e di verità: abbiamo bisogno di un Dio vicino, che riscalda il nostro cuore, e risponde alle nostre attese profonde.
Questo Dio si è manifestato in Gesù, nato dalla Vergine Maria.
Perciò quel Bambinello, che mettiamo nella capanna o nella grotta, è il centro di tutto, è il cuore del mondo.
Preghiamo perché ogni uomo, come la Vergine Maria, possa accogliere quale centro della propria vita il Dio che si è fatto Bambino, fonte della vera gioia.” Benedetto XVI

01 – Benvenuti nel mio blog presepiale

Benvenuti nel mio mondo presepiale; un mondo fatto di religiosità, di storia, fantasia e creatività, di studio e di libera interpretazione, nel rispetto sia delle tradizioni storiche e religiose che di quelle popolari e profane.

Condivido con voi le mie esperienze, le mie idee, i miei lavori, le mie sensazioni e i miei pensieri.

Il mio presepe è fatto di gioia e di allegria, è pieno di colori e di vita. Il presepe per me è sempre stato un mezzo di comunicazione, un mezzo per mandare messaggi positivi a “tutti gli uomini di buona volontà” e a tutti i visitatori, affascinati come me da questo mondo fantastico. Ho sempre preferito il presepe tradizionale a quelli “moderni”.

Da qualche anno però prima dell’allestimento del nuovo presepe, cerco di sviluppare un tema, che sarà il messaggio da diffondere, un messaggio di pace, un messaggio di riconciliazione, potrebbe essere anche un mezzo di catechesi, un modo nuovo (ma non troppo) di evangelizzazione, senza l’uso di troppe parole. E questo per me rende il presepe estremamente attuale e moderno, perché il presepe è vivo, parla con le sue statue, con i suoi simboli e con le sue rappresentazioni.

Nel mio presepe non è rappresentata solo la natività o i simboli storici del presepe, come i pastori, i re magi, gli angioletti…il mio presepe è ricco di personaggi e di simboli religiosi, che richiamano costantemente alle Sacre Scritture, a cominciare dalla creazione di Adamo ed Eva, alla promessa fatta a Jesse, per poi continuare con le più antiche profezie messianiche fatte da Dio ad Israele nei secoli.

Nel mio presepe c’è sempre un continuo collegamento ai racconti della Bibbia e ai fatti del Vangelo. Ci sono molti riferimenti anche ai Vangeli apocrifi e alle tradizioni popolari.

Ho voluto mettere in evidenza anche quanto di più positivo ho trovato in quel mondo esoterico e misterioso, che tanto affascina il popolo, tralasciando volutamente tutto ciò che a me sembrava negativo e che non avesse nulla a che fare con il sacro, come ad esempio superstizioni e storie del mondo dell’occulto.

Le parole, le storie, i pensieri, i racconti e le riflessioni, frutto delle mie ricerche e dei miei studi, rimangono, qui riposti, come spunto e stimolo di riflessione per chiunque li leggerà.